Voleva fuggire da un dolore senza senso, unica certezza di un futuro incerto. Voleva eliminare le lacrime e la sofferenza della fase terminale del suo tumore. Ha chiesto “aiuto” a Marco Cappato che l’ha accompagnata a morire. Così è terminata la vita di Elena Altamira, uccisa da un mix di farmaci in una clinica svizzera. La donna di 69 anni, sposata e madre di una figlia, era ammalata di un microcitoma polmonare con pochissime speranze di sopravvivere.
Mi torna in mente Fabiano – meglio conosciuto come DJFabo – e la sua storia che risale a cinque anni fa. Elena non era appesa a macchinari medici, la sua vita non dipendeva da sostegni vitali. Davanti a lei solo l’attesa di una fine. E in questa attesa terribile si è infilato un silenzio che annienta, circondato da una solitudine disperata.
Le è mancata la speranza più importante, quella che fa andare avanti nonostante tutto, anche al di là della ragione umana. Non voglio perdermi in giudizi bacchettoni, ci vuole rispetto e vicinanza al cospetto di una tragedia così grande, davanti a una donna che incontra una malattia terribile e sceglie di darsi la morte. Sembra che nessuno sia stato in grado di riempire il vuoto, di combattere l’angoscia, tutti sconfitti davanti a un mostro che non si chiama soltanto cancro, ma paura di non farcela, di sentirsi insufficienti e soli davanti al dolore. L’unico “amico” in questa storia sembra essere stato Marco Cappato, che con la solita triste solerzia ideologica si è presentato all’appello diventando accompagnatore dell’ultimo viaggio di Elena. Nessun’altro vicino a lei, nessuna speranza, soltanto il fantasma di un’attesa alla quale porre fine in fretta, per non scivolare arresi verso la morte, fatti a pezzi dalla paura.
Come sarebbero stati gli ultimi giorni di Elena se avesse preso una strada diversa, se non fosse caduta in questa trappola? Ci penso e credo che sarebbero stati giorni preziosi, ricchi e pieni di doni, nella consapevolezza che ogni istante è un regalo da vivere e condividere con i propri cari, giorni pieni d’amore e non vuoti di speranza, in attesa di un nuovo inizio, in attesa di un Altro che ci attende da sempre.

Guido Mazzolini

Certi amori li metti da parte. Sono inutili meteore che passano e lasciano un graffio in cielo, una piccola scheggia nel dito che prude ogni tanto, nelle sere di malinconia quando è bello accarezzarsi le ferite per scoprire se ancora fanno male. E un po’ ti affezioni a quel lieve tormento, un poco ci giochi e ti senti romantico, ti scrolli di dosso gli affanni e ti godi un ricordo falsato, ingigantito sotto la lente del tempo.
Sono amorazzi da rapina, sentimenti come dadi gettati sul tavolo aspettando l’uscita migliore, storie a tempo determinato, nei momenti morti, per riempire una solitudine estiva, ma senza desiderare davvero un futuro.
Certi amori li metti da parte, ma gli stratagemmi del cuore non sono così raffinati e presto ti accorgi che non ne vale la pena, che tutto è stato un abbaglio, e in fondo tra mille avventure posticce è rimasto soltanto chi ti ha tenuto davvero.

Guido Mazzolini

La storia di Alessia Pifferi ci fa orrore. Raccontata da stampa e televisione, tutti abbiamo incrociato la vicenda terribile di una madre senza cuore che ha abbandonato per sei giorni la figlia Diana, di un anno e mezzo, lasciandole solo un biberon nel lettino. La piccola è morta di fame, di sete, di stenti, è morta di mancanza d’amore. Inutile dire di più, come sempre tutto è stato raccontato dai mass media, gettando orrore su orrore. Da una parte la madre indegna e assassina, dall’altra la società benpensante. A pensarci bene, una società schizofrenica che – giustamente – si indigna per l’anaffettività crudele di una madre che lascia morire la figlia, mentre glissa noncurante sui milioni di aborti che vengono effettuati ogni anno nel mondo. In Italia, nel 2020, sono state più di 67000 le donne che hanno deciso, più o meno coscientemente, di interrompere la vita del proprio figlio e questo per i motivi più disparati, economici, psicologici, paura del futuro, incapacità presunta di non adempiere ai doveri di madre. Sono tante le motivazioni, ma esiste davvero un valido motivo per abortire? La vita di un bambino può essere negoziabile e collocata dietro le esigenze di una donna?
Perché la storia di Alessia ci scuote e ci indigna, mentre gli omicidi legalizzati e perpetrati dallo Stato lasciano indifferente la maggior parte di noi? Si accetta l’aborto perché il bambino che deve nascere non è considerato persona. Finché vive nell’utero, i suoi diritti sono pari a zero, è un essere muto e privo di importanza sociale e culturale. Un progetto di vita, un’ipotesi, niente di più.
È un inganno costruito ad arte, dopo anni di lavaggio del cervello e delle coscienze. La madre porta in grembo “qualcosa” e non “qualcuno”, un ammasso di cellule di sua esclusiva proprietà. Serve coraggio per tornare ad affermare ciò che è ovvio, il valore della vita e la sua sacralità. Serve tornare alla sorgente di quello che siamo, creature create e non incidenti capitati per caso, vite benedette, dal concepimento alla morte naturale, e non povere foglie portate dal vento e dalle ideologie, uomini e donne senza una meta, un inizio, una fine.

Guido Mazzolini

Le nostre scelte determinano il destino, giuste o sbagliate, appropriate o no. E non solo grandi scelte o decisioni importanti, ma anche piccole minuzie quasi invisibili e all’apparenza inutili. La vita è un sistema complesso, un gigantesco castello di carte tenuto insieme da piccole gocce di casualità. Ma esiste davvero il caso? Siamo auto-determinati o in balia del destino? Forse sono gli errori che dipingono il nostro futuro. E a pensarci bene, senza gli sbagli quale sarebbe il senso della vita? Una noiosa, insapore, sterile perfezione? Spesso le occasioni migliori nascono da un colpo di fortuna, da un impercettibile cambio di direzione o da un clamoroso salto nel buio. Cambiano le stagioni, il tempo vola. Tutto passa, e anche in fretta. Soltanto chi ami davvero resterà come un marchio indelebile nel cuore. Soltanto chi ami davvero potrà cambiare il tuo destino. 

Guido Mazzolini

La debolezza ci appartiene, è insita nella nostra capacità di abituarci alla normalità. Si chiama adattamento, per alcuni una benedizione che ha permesso all’uomo di abitare la terra. Ma a volte la normalità è sinonimo di banalità e annulla l’istinto di riflettere, di giudicare sé stessi e il mondo. Il rischio è accontentarsi di quello che si è, piegati, implosi, senza nemmeno sfiorare l’immagine di ciò che si potrebbe diventare. L’arte aiuta a creare uno stato di eccitazione che scuote le coscienze addormentate. Benedetti gli artisti, quelli arrabbiati e pronti a scavare, a incendiare il mondo, a mettere a soqquadro l’universo.

Guido Mazzolini

Scoglio e risacca, colori scuri, voci arrocate di salsedine. Le donne liguri hanno la scorza dura, di sale e conchiglia, seccata al sole come una pianta di cappero. Guardano il cielo e seguono il volo dritto di una folaga, sorridono quando sparisce all’orizzonte, perché sanno che presto o tardi tornerà. Tutto ciò che il mare prende, il mare restituisce. Può essere un amore, un ricordo, un vento generoso, un amico o un sospiro. Tutto torna indietro, come il messaggio affidato alle onde che ritrovi nella bottiglia sulla spiaggia. Le donne liguri hanno sangue forte, di marinai, navigatori e guerrieri. La vita non le spezzerà, cadranno mille volte e mille volte risorgeranno come l’alba. Nel cuore tengono un posto vuoto, un giaciglio di fortuna utile a chi dovrà arrivare, pronte ad accogliere le sorprese della vita, curiose come la rete del pescatore gettata tra i flutti, che tutto trattiene, senza aspettarsi nulla.

Guido Mazzolini

Ricostruire, ripartire, rialzarsi da terra. Sì che si può, invece preferisci strisciare, recriminare, condannare, progettare strategie per uscirne illeso, per restare indenne. Perché quando finisce un amore non ci sono vincitori o eroi, ma soltanto vite interrotte, strade dissestate, torri che un giorno toccavano il cielo e ora sono crollate, spesso senza un motivo particolare. Facile lasciarsi andare ai rimorsi, oppure alle accuse, stabilire responsabilità, colpe, cercare nel passato il momento esatto dove tutto si è rotto, l’istante che ha decretato la fine. Sono storie interrotte bruscamente, ma spesso lasciate morire, soffocate dalla mancanza di ossigeno, come la fiamma messa sotto il bicchiere dell’abitudine. Facile arrendersi, alzare le mani, migrare verso climi più miti come fanno gli uccelli, volare dove il cibo abbonda e tutto sembra più semplice. Più difficile restare sul campo di battaglia, scavare fosse e seppellire cadaveri, in nome di quello che era e che oggi sembra non esserci più. Eppure basterebbe fare a meno dell’orgoglio, toglierci dagli occhi quell’istinto di prevaricare che ci porta a credere di avere sempre ragione. E ricominciare da lì, dal bisogno di esserci ancora, dal bisogno di aversi. La fragilità nasconde il seme di una forza grande, in Giappone, quando un vaso prezioso si rompe, rimettono insieme i cocci saldandoli con resina e oro mescolati, e il vaso ritorna integro e più bello di prima. Sì che si può, si che si può ricostruire un amore.

Guido Mazzolini

I neonati li osservano curiosi, tendono le mani per afferrarli e quando ci riescono li portano alla bocca. Piedi, appendici sconosciute, deliziose. Piante allungate, collo, tallone, la magia dei mignoli. Le nostre radici.
Gelidi nelle notti invernali, bollenti sulla sabbia di una spiaggia estiva. Piedi che sostengono il corpo, ultima frontiera della nostra pelle, bocche assetate che per ultime ricevono il sangue pompato dal cuore. Piedi ancorati al suolo, pronti a portarci nel mondo, rapidi e senza conoscere il pudore, curiosi di terre nuove da esplorare. Piedi che in coppia cercano la terra, il contatto con il suolo, così lontani dalle nuvole, distanti da quel cielo che noi viaggiatori di miraggi intuiamo come un remoto traguardo.
Piedi piccoli di bimbo che tirano un calcio a un pallone, oppure vissuti come vecchie radici, al cospetto di un presente che spaventa, pronti a camminare nel fuoco e a percorrere le ceneri dell’esistenza. Piedi che battono il pavimento, a tempo con la melodia di una canzone mandata a memoria, stretti su strade larghe, timorosi come un nemico nell’ombra o un cuore che percepisce ogni briciola di mondo. Piedi nomadi, navigatori di deserti e carovane, sempre in basso, pronti a scalciare come chi rimpiange il movimento e ancora cerca una destinazione parallela alla terra. Capaci di superare vallate e montagne, morbidi, bianchi come falene, oppure scuri di pelle e ossa, ruvidi e callosi per il troppo camminare.
Vissuti dal tempo, attraversati dal passato, piedi disposti a schiacciare un uomo per vantaggi meschini, piedi da lavare e baciare il giovedì santo. Piedi da solleticare, da camminatore o danzatrice. In tutti i casi piedi che per ultimi si addormenteranno alla vita rimpiangendo il tempo andato, l’ultimo brivido, l’ultima scossa di esistenza prima di lasciare questa terra.

Guido Mazzolini

In un clamoroso referendum, il 2 giugno del 1946, gli italiani scelsero la Repubblica affossando l’obsoleta Monarchia. Da quel giorno lontano, il percorso democratico della nostra Italia è stato difficile e pieno di insidie. Governi repubblicani di vari colori, teste pensanti da mettere in accordo, terrificanti compromessi storici e interessi personali, privati vantaggi e surreali alleanze. Siamo transitati allegramente dalla prima Repubblica alla seconda, abbiamo salutato i fasti della terza e della quarta. Repubbliche da numerare come classi di una scuola elementare, da misurare come taglie di reggiseno. Lontani i tempi della moderatezza ruffiana della Prima Repubblica, i tempi di Fanfani, di Craxi, del serafico Andreotti. Lontani pure i fasti della Seconda, che affossò democristiani e socialisti, i più anzianotti ricorderanno gli scandali e le tangenti, le toghe e gli imputati, i processi sommari e le condanne ad personam.
Repubbliche da fast food, da attricette e papponi, giullari e nani, storie che ben conosciamo e che si ripetono in ogni epoca. Dal “berlusconismo” raffinato e gigione, attraverso il “renzismo” egocentrico e circense, si è passati al “salvinismo” più ruspante e pratico, poi i pentastellati brevettati da un comico, i “Giuseppi” con e senza pochette e una sinistra sempre meno sinistra, fino al “draghismo” odierno e al “governo dei migliori” che fa già ridere così. E il popolo, che dovrebbe essere il vero proprietario della famosa “Res publica”, resta a guardare sperando in nuove pirotecniche sorprese.
Italia, serva, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello, come scrisse mirabilmente il Sommo Alighieri. Italia, patria di arte e cultura, stivale di un’Europa che troppo chiede e poco dà.
Mi auguro che i valori calpestati dai governi precedenti non vengano ulteriormente messi sotto i piedi, continuando a sventolare il feticcio del diritto individuale a scapito delle verità fondamentali. Mi auguro un Paese migliore, di tutti e per tutti, libero e sovrano, che metta l’uomo al centro e ne riconosca l’infinita dignità.
A tutti noi, buona repubblica.

Guido Mazzolini


Sei ora e invadi un sogno. Rimani,
come la nuvola in cielo, il marinaio sul pontile,
come il fiordaliso al campo e le mie labbra strette.
Sei come sorriso, pianto e voce. Ogni cosa
che hai di me – preso tra le tue braccia,
sacrificato come vittima, protetto, dissetato,
sciolto tra i capelli e nel respiro- risuona
come cetra al ramo, nelle melodie del vento.
Danzami come il quarto tempo di un bolero,
il piede sollevato e gli occhi dentro,
noi provvisori e intrisi di stupore.

Guido Mazzolini