Suoni

Pubblicato: aprile 29, 2013 in Uncategorized
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Prefazione di Carlo De Ambrogio

ImmagineLa poesia di Guido Mazzolini è artigiana, viene creata, plasmata a mani nude; ogni verso è ragionato, ogni parola posizionata con sapienza al fine di creare la perfezione del significato e del suono.
Perché “Suoni”, il titolo della raccolta, non è stato certo scelto per caso. I suoni vanno oltre le parole ed i loro significati comunicano a prescindere, in un modo atavico ed ancestrale. L’intento di Mazzolini forse è quello di arrivare ad un poesia che se letta ad un uomo di un’altra lingua lo riesca comunque ad emozionare.
La protagonista del libro è la parola, nel suo essere suono, nel suo coesistere e significare insieme ad altre parole, ad altri suoni. Perché, meglio chiarirlo subito, questi testi devono essere letti ad alta voce o, quanto meno, bisbigliati fra le labbra, ma è necessario sentire tutta la corposità ed i muscoli delle parole. L’universo poetico di Mazzolini è quello umano, sarebbe meglio dire quello sulla natura umana, su una vita da vivere completamente, senza mezzi termini, senza finzioni. È una poesia eterna che si interroga su domande e questioni molto antiche (“Vivo da quando me ne accorsi / e cominciai a nutrirmi d’infinito / senza quietarmi mai, pazzo di vita.”).
Ancora in un’altra poesia: “Voi sterili parvenze docili /[…] siete risposte prive di domande / statue di cera senza l’ombra di un dubbio. […]/ Il poeta invece è soldato solitario / drizza la prua verso un oceano aperto; / il suo è un legno di parole.” Da questi versi si evince il ruolo che Mazzolini dà alla poesia ed al poeta. Ci sono gli uomini normali, che magari galleggiano nella quotidianità della vita di tutti i giorni, e ci sono i poeti che chiedono risposte alla realtà, che si interrogano sui significati e le cui azioni sono spinte da una follia, da una primigenia forza.
L’uomo recita una parte di una commedia, mandata a memoria, si lotta continuamente contro una consuetudine, contro il vivere una vita adagio; anche in questo caso il ruolo del poeta è aspettare, più forte del buio, armato di ferro e lacci di cuoio.
Il poeta non è più l’Albatros di Baudelaire: re e dominante in cielo, deriso a terra dagli uomini, ma si riprende un ruolo forte nella società, è il portatore di significati espressi come suoni, come litanie, come mantra.
La versificazione è quasi del tutto libera e sciolta da imposizioni metriche eppure nelle strofe serpeggia un ritmo ed una musicalità che giustifica il titolo. Ecco il distico finale di una poesia: “Vidi il mio sangue, senza aver compreso / di essere già spettro nei tuoi occhi chiusi.”
E ancora: “Quanto mi costi / poesia del malamore / che stilli versi a gocce / salmastre, lacrime viola / e mai ti curi / di questo petto sanguinante.
anche nella poesia “Il vizio” si nota la stessa attenzione al suono musicale del verso breve: “…rotondo d’onda. Immonda solitudine, / gioconda noia, stuoia di delizia / ozio riposo e vizio, mestizia / di gioia ricoperta, la scoperta / equivocabile del sé…
Ecco la musica, ecco i suoni, gli accavallamenti, gli anacoluti, le forti allitterazioni, le onomatopee che rendono la poesia musicale e le parole suoni.
Come una vera melodia tutto prende senso quando ogni nota è messa al punto giusto; nello stesso modo ogni parola ed ogni poesia servono a significare e dare il giusto suono a questo canzoniere.

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