Archivio per aprile, 2013

la tua casa

Pubblicato: aprile 9, 2013 in Uncategorized
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Lascio il segno del respiro
come impronta sulla gola bianca,
una pic­cola goc­cia ver­mi­glia
che sci­vola adagio nell’incavo del collo,
una pic­cola trac­cia sol­tanto
che tu possa ricor­dare il tra­gitto lieve
di chi non volle rima­nere imma­gine
ferma come cri­stallo eterno
fisso negli occhi tuoi,
ma pre­ferì la fuga di ladro nel buio
e tu possa rac­con­tare
che abitò per un poco la tua casa,
senza togliersi mai le scarpe.

(“Suoni” – Ed. Progetto Cultura)

Diario di bordo.

Pubblicato: aprile 9, 2013 in frasi
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Amare non è un progetto o un’ambizione proiettata nel futuro, amare non vive di domani, di aspettative o speranze. È situato qui, è collocato nell’oggi.
Qui ed ora, ecco la sua vera dimensione temporale.
Amare non chiede, perché quando domandi hai bisogno e se hai bisogno dipendi,
se dipendi non ami e se ottieni dipendenza possiedi.
Possedere è l’opposto di amare perché l’essere è la dimensione dell’amore, non l’avere.

Scrivere

Pubblicato: aprile 9, 2013 in frasi
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Scrivere

Lucifero

Pubblicato: aprile 6, 2013 in Uncategorized
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Lucifero

Non sai niente o forse socraticamente sai di non sapere e vivi immerso in una dimensione quasi onirica, un dormiveglia così reale da poterlo percepire ogni istante.
Pochi minuti prima lei galleggiava accanto a te, aveva gli occhi chiusi e profumava di pesca. Eravate sdraiati sul letto, anonimi e disperati, due corpi forestieri che a mala pena conoscono il nome l’uno dell’altro. C’era una penombra comoda nella stanza e fuori una città addormentata. Tu, reduce di una guerra mai vinta, pallido marinaio che approda su un’isola nuova e scopre lidi sognanti e misteriosi, invece di naufragare in un mare dolce e senza fondo pensavi a qualcosa di spiritoso da dire, inventavi domande su domande e lei senza aprire gli occhi ti diceva di stare zitto.
«Taci. Non parlare. Goditi il momento.»
Aveva ragione.
Certe volte sarebbe meglio non pensare, non immaginare e non giudicare. Basterebbe spegnere la mente, trovare l’interruttore giusto e gustarsi un bicchiere colmo d’oblio. Le hai sfiorato i capelli corti, solo una carezza leggera e per un attimo hai percepito che quella era l’unica cosa giusta da fare; una carezza, un contatto, un eccomi qui, vedi? Accoglimi ora per quello che sono, tienimi stretto. Non farmi andare via.
Lei sta dormendo serena e tu la guardi sognare, appoggiato sul gomito. Ora ti senti come Lucifero, un angelo fuggito dal paradiso.
“Il passo del gambero” (Mjm Editore)

scrivere

Pubblicato: aprile 4, 2013 in frasi
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scrivere

Cucciolo occhi

Pubblicato: aprile 4, 2013 in poesia
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Cucciolo occhi

Sei tra la folla feroce
pugni serrati e mani
alzate come scudi
visi di rabbia distorti
nocche bianche e sudore.
Cucciolo occhi di odio e paura
tu nella sporca lotta
di padri che pregano
e osannano un dio senza cuore
che sbrana, dilania le carni
dei figli degli uomini,
tu nella guerra infame
di lerce bandiere imbrattate
da polvere e sangue
di fantocci riversi
come spighe falciate d’inverno
solo guasti pupazzi
gettati per strada.
A te nessuno parlò
di tolleranza, di pace
o aquiloni legati ad un filo
da correre e perdere il fiato.
Nessuno cantò di uragani
di navi e salsedine, scrigni
nascosti e lidi d’avorio,
mistero di uomini scuri
e volti di rosso colore.
Soltanto una madre
velata di nero sconforto
un giorno indugiò una carezza
sfiorò i tuoi capelli per poco
così tu nemmeno capisci
che c’è un’altra via
oltre il folle possesso
di uno straccio di terra,
oltre l’atroce vendetta di un dio
che mai ti conobbe.

(Suoni, Ed. Progetto Cultura)

Canto quinto

Pubblicato: aprile 2, 2013 in poesia
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Navigo straniero
vascelli di pietra
con vele di piuma,
nei torbidi flutti
di un’anima inquieta.

Perso
in mari
silenziosi.

zattera

specchio

Pubblicato: aprile 2, 2013 in Uncategorized
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specchio

Accade che un giorno ti guardi allo specchio e non sei più tu. Osservi la fronte più ampia, il pozzo più scuro degli occhi, ti soffermi sull’intreccio sottile di rughe. Capisci di essere solo, non di esserlo diventato ma di esserlo stato da sempre. Si nasce e si muore soli, due eventi grandiosi con un unico protagonista e tra questi si evolve la vita che spesso è un monologo contraddittorio nel continuo tentativo di ovviare alla solitudine, un cercare di uscire da questa realtà intrinseca. Si tendono mani, si trovano occhi, si ascoltano voci, tutto per sentirsi meno perduti. L’errore più grande è voler mettere la propria felicità nelle mani di un altro. L’errore più grande è illudersi di non essere soli.

Poi tutto finisce.
Improvvisamente e nemmeno te ne accorgi, o forse si lanciano segnali sottili come messaggi in bottiglia ma sei talmente annebbiato dagli eventi, talmente ubriaco, che non li vedi nemmeno e passano inosservati. Così la bottiglia si infrange in mille pezzi sugli scogli appuntiti della vita e forse qualcuno ne leggerà il contenuto senza capire di cosa si tratta.
La fine segue un iter ben preciso, ha un inizio e uno svolgimento. La vostra è cominciata un venerdì d’inizio aprile.
«Io e te dobbiamo parlare.»
Lo dice con il tono di chi non ammette repliche. Siete seduti su una panchina nel giardino dietro la chiesa. Bambini come formiche che giocano urlanti e felici, mamme e nonne apprensive. Una palla ti rotola tra i piedi e con un piccolo calcio la restituisci a un nanetto rosso e lentigginoso.
«Non possiamo andare avanti così (Possiamo? Plurale? Hai deciso anche per me?). È tutto cambiato. Tutto si evolve. L’amore per sua natura è dinamico e cambia. Noi dobbiamo seguire i suoi cambiamenti. Non possiamo rimanere indietro.»
Si passa una mano tra i capelli, è nervosa e sfuggente. Tu cerchi di salvare il salvabile, di evitare l’inevitabile.
«Cosa c’è che non va? Che ho fatto cazzo, è solo un momento di stanchezza.»
Nemmeno ti ascolta e continua a recitare una parte mandata a memoria, studiata in mille notti insonni di dubbi e pensieri.
«Io per te non esisto (Non esisti? Darei la vita per te cazzo), sono solo una comparsa. Tu vuoi essere l’unico protagonista. Hai mostrato una parte di te che non conoscevo. Vuoi sempre fare tutto a pezzi (Che bella che sei) e tiri fuori il lato peggiore di me. Esisti solo tu, nient’altro. Non è possibile (Che bella che sei anche se mi stai sfondando il cuore a calci), mi chiedo cosa siamo diventati.»
Vorresti tapparti le orecchie ma non puoi fare a meno di ascoltare. Sai perfettamente che ha ragione, una netta, chirurgica, triste ragione.
Voi così simili e diversi, così lunatici e cangianti. Era lei che doveva seguire i tuoi ritmi o tu i suoi? E nel nome di cosa? O forse entrambi dovevate tenervi stretti e seguire gli accenti sincopati dell’amore?
Amore, questo sentimento potente, questa grande energia che muove l’universo intero (Che amore è questo? Io non ce la faccio più).
Amore desiderato, sognato, voluto (Volevo solo fare parte della tua vita. Non mi sembra di avere chiesto troppo).
Amore connivente e mai colpevole, donato ai figli degli uomini soli che fanno di lui strambe magie ed artifici (Avevo dei progetti per noi due, avevo pensato ad un futuro).
Amore di uomini e donne, amore di voglia e voglia di bisogno d’amore (Non parli cazzo, non capisci. Te ne freghi alla grande).
Amore che è chiedere e dare, prendere luce per essere luce. È rincorrersi in un gioco di specchi fino a non trovarsi più, perché a volte il buio copre ogni cosa e anche il sole più acceso può essere nascosto da un temporale improvviso.
Amore tenuto stretto per poco, antitesi e allo stesso tempo essenza della libertà. Amore da difendere con i denti e amore che nasce così violento e luminoso ma con un’esistenza talmente breve da lasciare sbigottiti, una bellissima farfalla con poche ore di vita a disposizione (Sai che c’è di nuovo? È finita. Ma vaffanculo).
Libertà di amare e libertà di non amare più.
Qual è stato il momento, l’istante preciso in cui tutto si è fermato? Chi ha staccato per primo la spina, facendosi artefice o complice di questa eutanasia? È stata una decisione arbitraria o un tacito silenzio in comune?
Lei ha sputato fuori tutto il veleno e tu sei rimasto immobile, un contenitore vuoto che ha colmato di rabbia e insoddisfazione. Amare vuol dire anche accettare che un altro ti vomiti addosso e ti riempia di accuse, ma questo non basta. Vorresti sentirti meno inerme, meno indifeso e più arrabbiato.
Penserai per tutta la vita che sarebbe potuto andare diversamente, che avresti dovuto essere più risoluto, afferrarle le spalle, scuoterla e farle capire lo sbaglio. Dovevi stringere con forza il timone della vostra nave e non lasciarla in balia della tempesta, prendere un secchio e cominciare a buttare fuori acqua senza mai fermarti invece di restare a guardarla colare a picco.
Lei sparirà dalla tua vita, adesso ne sei certo. Non la vedrai più, non potrai più toccarla, non potrai più annusarla. All’inizio ti sembrerà di impazzire, poi col tempo smetterai di pensarci. Smetterai di guardare il cellulare ogni secondo, ogni tanto lo sfiorerai appena con un dito come se quel tocco possa suscitare qualcosa di magico e improvvisamente appaia il suo numero e cominci allegramente a trillare.
Sarai libero, inutilmente libero.
Vanamente solo.
Non soffrirai particolarmente. All’inizio avrai solo un leggero malessere come un ronzio nelle orecchie, una botta sorda di tristezza bastarda nel cuore. Dovrai lavorarci un po’ perché non sarà facile eliminare tutto e cancellare ogni cosa o forse dovrai solo imparare a trattenere gelosamente i ricordi, a diventarne il custode per poterli tirare fuori nei momenti peggiori di tristezza. Dovrai lesinare gli istanti più dolci, quelli che ti aiuteranno a tirare avanti quando tutto diventerà più duro, quando sarà difficile andare a dormire in un letto vuoto.
Non provasti nemmeno a chiederglielo. Neanche un tentativo, un piccolo gesto di resa.
Dentro avevi l’inferno, una melma di tristezza che sentivi salire ogni secondo di più. Avresti potuto invocare clemenza e invece sei rimasto così, con l’espressione attonita del condannato a morte che guardandosi dentro non riesce a sentirsi completamente innocente.
Lei ti osservava aspettando una reazione da parte tua, un segnale di paura, di contrizione e dolore. Invece no.
Quando una malattia è allo stadio terminale puoi continuare a curarla, imbottirti di medicine e sperare nel grande miracolo, illudendoti di guarire. Oppure capitoli, alzi le mani e ti consegni alla sorte, tiri i remi in barca e lasci che tutto vada come deve andare, stanco di buttare benzina sulla fiamma morente di una candela.
Maledetta sfortuna degli uomini, la sfortuna di non essere pronti e di essere così differenti. Oggi il cielo si è tinto di un azzurro che pare irreale. Pensi che pochi minuti prima ti avrebbe ricordato il colore dei suoi occhi, da oggi invece quello sarà per sempre il colore del nulla, del disinganno e del più nero abbandono.
Amore che uccide e dilania, amore che redime e dona la vita.
Amore che a volte ci serve soltanto per parlare d’amore.

“Il passo del gambero” Mjm Editore. 

Il fiore

Pubblicato: aprile 1, 2013 in Uncategorized
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Il fiore

Ognuno ha un fiore dentro sé. Devi spendere la tua intera vita per cercarlo, senza stancarti mai. Il fiore è la parte più vera di te, la più originale, il tuo Io autentico e assoluto, ciò che realmente sei. Cercalo, non smettere. Non arrenderti, anche a costo di sbagliare. La vita non perdona gli errori, ma concede sempre un’altra possibilità.
Ognuno ha costruito una immagine mentale di se stesso; così, tu puoi essere la moglie perfetta, il padre o il figlio perfetto, l’amante infallibile o il casanova impenitente.
Puoi essere tutto ciò che pensi e che vuoi davvero.
Questa è la più grande illusione. La nostra mente è attaccata fortemente all’idea di se stessa, ma la mente può sbagliare perché è sempre in movimento e per questo è imperfetta. Solo la mente immobile e vuota è divina.
La mente non è il vero fiore, quello autentico. Per questa ragione si indossano tante maschere ogni giorno e per questa ragione non siamo felici. Sperimenti l’infelicità, la tristezza e l’insoddisfazione.Questi sono campanelli dentro te; la depressione è una voce potente che ti scuote e ti fa male, perché tu sei l’imitazione, l’ombra di te stesso e questo non lo puoi accettare. Hai costruito un ego interiore, giorno dopo giorno, dimenticandoti che già esisteva, dimenticando che non puoi soffocare l’Io autentico, lo puoi solo nascondere, ma Egli tornerà sempre.
Non temere. Segui la tua depressione e la tua sofferenza, perché essa ti porterà molto lontano. Apri la porta al tuo malessere, accoglilo a braccia aperte e lascialo lavorare.
Non scappare, non averne paura.
La depressione non sarà mai il dolore più grande, ma se la combatti con rabbia perderai.
Sii acqua, mai roccia. Sii acqua e lasciati trasportare dal fiume. Cerca il tuo fiore, quello vero, perché tu stai perdendo una vita meravigliosa se vivi come una rosa ma in realtà sei un tulipano. La vita è un segreto. Un grande mistero. Tu cerchi di entrare in essa ma più tu cerchi e più il mistero diventa inspiegabile. Non puoi cambiare ciò, la vita non è una formula, non è una teoria. Tu puoi solo entrare nel mistero profondamente e più lo incontrerai più scoprirai di essere ignorante. Sii certo di ciò, la vita nasconde la bellezza e il mistero è la benedizione della vita, perché il tuo ego muore dentro l’errore e come la fenice rinasce dalle proprie ceneri.