Archivio per maggio, 2013

Immagine«In un mondo dove è più utile un chiodo di una poesia e un falegname di un poeta, sinceramente mi domando cosa ci fai dietro a queste pagine»: chi ci introduce al criptico regno della (propria) parola poetica non pare strizzarci maliziosamente l’occhio, piuttosto rileva con amara lucidità «la sublime inutilità della poesia» (dalla prefazione di don A.Mazzi). Se la letteratura – e più ancora questa modalità di scrittura – non dimostra ai più una funzionalità immediata, alcuni ‘prescelti’ la chiamano a celebrare un rito misterico soltanto a loro visibile, al contempo abbagliante e tremendo, che consacra il canto poetico quale unica modalità di avvertire sé e il mondo.
L’attimo e l’essenza – titolo della silloge del poeta cremonese Guido Mazzolini, pubblicata ad aprile da Arduino Sacco Editore (Roma) – penetrano con uguale intensità l’animo dell’autore, perennemente conteso dall’ebbrezza di un «gocciolio di attimi rapaci» e «randagi» trasudanti vita – espressione ricorrente nei componimenti di Mazzolini – e, all’opposto, dalla bruciante ricerca di un senso, di una presenza (non necessariamente trascendente) definitivi, di una essenza che plachi l’intima inquietudine e l’inesausta metamorfosi di percezioni e di equilibri. Non è possibile e neppure legittimo registrare il grafico tracciato da irregolari parabole spirituali che conducono il poeta a vertici di esaltante passione («Disperdimi come sale e neve / voglio sdrucire l’anima / nel meridione dei tuoi occhi viola […] diventa il mio tutto / il mio capolavoro») o abissamenti nell’immobilità sfinita del pensiero, quest’ultimo incapace persino di delineare l’identità dell’autore («Sono così / o almeno lo credo»).
Un voyage scandito non da riconoscibili paesaggi, bensì da «gelide notti» o «albe infuocate» che ambientano una riflessione a 360° sul proprio esistere («Chi siamo angelo mio? – Cerchiamo forse lucide risposte, / bambini spersi dentro sogni»), strettamente collegata, quasi anelli di catena, alla riflessione sul proprio labor poetico – condotto privilegiando ermetismo e simbolismo: «Io canto l’Uomo, solamente il fragile individuo», «io canto […] la parola che non disse».
Come tanti autori del convulso Novecento, anche Guido Mazzolini rifiuta per sé il ruolo di poeta veggente, messaggero di velate verità, e suggerisce di «Non chiedere al poeta il risultato / del proprio scriver cieco e disperato»: aedo di una mitologia senza eroi e vittorie, il suo canto spezzato e confuso graffia fieramente le mura del nostro ansioso, vacillante vivere. Resta l’attesa: non di risposte, ma di coraggio per scandagliare i fondali dell’anima.

(recensione di Miriam Bergamaschi)

Il mare delle fragole

ULISSE

Pubblicato: maggio 27, 2013 in poesia
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ULISSE

A chi appartieni?

Pubblicato: maggio 25, 2013 in Uncategorized
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Rispondi, uomo di Keriot. A chi appartieni? Io sono il principe del mondo, lui è l’uomo dei dolori. E tu, Giuda, chi sei? Hai nascosto il tuo destino, hai soffocato il desiderio come fosse un accessorio disdicevole. Hai rinnegato la fame e ciò che sei realmente. Guarda le tue mani. Sono bianche e linde come quelle di un neonato, ma ancora odorano di sangue. Il sangue delle inutili vite che hai stroncato.

(Giuda)

Poesia

Pubblicato: maggio 23, 2013 in poesia
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Poesia

ImmagineQualcuno ti accarezza mollemente
tra i tuoi capelli secchio di carbone
due dita unite disegnando un cerchio
indugia un geroglifico d’istinto
un incompreso cenno di pazienza.
Insinua breve gioia tra le pieghe
di un paradiso roseo, si adagia
nel muschio profumato, cerca ancora
di aprire quella ruga per entrare
nel mai concesso angolo di te
che riesce solamente ad intuire.
Tu sei l’inarrivato, ciò che attendi
senza sapere come trattenerlo.
Ti cerca, inevitabile. Le mani
hanno colore d’indaco, di cielo,
miracolo d’attesa e mezza gioia
che mai si potrà compiere. Tu sei
la scura sfinge viva, sei l’enigma
malcelato da un sorriso, l’ingenuo
scivolare nell’inciampo, il riso
contraffatto del falsario. Sei morbida
pendice di peccato, un vagare
variopinto di usignolo. Ti guarda
come l’ultima certezza, la sola
ragione disdicevole di vita.

Domande e risposte

Pubblicato: maggio 22, 2013 in Uncategorized
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Domande e risposte

Lascia che sia

Pubblicato: maggio 21, 2013 in frasi
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Lascia che sia il tempo ad interrogarti e non il benpensante che incontri per strada o leggi sul giornale. I suoi occhi non sono sinceri, le sue non sono vere domande. Ti chiede come stai e cosa pensi, ma non chiede mai chi sei. Parla di massimi sistemi, di sublimi democrazie intellettuali e libertà assolute. Vuole solo illuderti che il denaro ed il possesso siano le chiavi della felicità, eppure esistono uomini talmente poveri da possedere solo un ricco conto in banca e nient’altro. Lascia che sia il tempo, allora. Non permettere a nessuno di trattarti come un mero bene di consumo, qualcosa di utile finché serve, un limone da spremere finché rimane un po’ di succo. Ricorda che sei unico e irripetibile. Ricorda che lo sei soltanto perché esisti e l’alternativa a vivere è il non vivere e il buio è sempre peggio della penombra, dove il nulla si annichilisce nel tutto. Lascia che sia il tempo, solo così ti accorgerai che moriamo in ogni istante e in ogni istante nasciamo rinnovati, perché tutto accade una volta sola, ma il divenire concede sempre un’altra possibilità. Lascia che sia il tempo, amico mio, che sia Gioia e Risurrezione. Vita per sempre.

T’imploro d’amore

Pubblicato: maggio 20, 2013 in poesia
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T'imploro d'amore

Giuda

Pubblicato: maggio 18, 2013 in frasi
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ImmagineL’arrivo dell’oppressore venne preannunciato da una grande pioggia di stelle. Quella notte i bambini guardavano in alto e avevano la bocca spalancata per lo stupore. Tutti restarono con gli occhi alzati, rivolti al coperchio del cielo attraversato da graffi veloci di luce. Molti di loro capirono subito il presagio, intuendone il significato. I segni del cielo non erano mai stati portatori di belle notizie per il mio popolo.
«Le stelle non sono ambasciatrici di gioia. Le stelle anticipano il disastro. Arriverà presto siccità. Oppure un’inondazione. O una malattia cattiva che mieterà i nostri figli. Le stelle non promettono mai niente di buono.»
Un vecchio con la barba lunghissima parlava sottovoce e alzava una mano verso il cielo mentre con l’altra si percuoteva il petto. Colpi fortissimi, a pugno chiuso, sembrava un tamburo impazzito. Una donna corse a chiamare il marito. Si strinsero l’uno all’altra guardando il cielo, quasi volessero cercare un breve ristoro alla sfortuna.
Non bastò. Non poteva essere sufficiente. Qualche giorno dopo arrivarono le prime legioni a sporcare le nostre terre. Orde di eserciti barbari appestarono l’aria, puntando le loro lunghe lance di morte verso quelle stesse stelle che ne avevano previsto l’arrivo.

 (“Giuda” la Torre Libri)