L’Onnipotente parola – la genesi della poesia

Pubblicato: agosto 7, 2014 in frasi

La parola può essere tutto. È “onnipotente” perché si cala nel contesto prescelto e ne assume appieno il colore, come un liquido denso che prende la forma del contenitore nel quale è versato. La parola è malleabile perché non ha profilo; dalla più didascalica alla più prolissa, ogni frase è composta da parole: identico materiale, diverso risultato.
Mi piace analizzare le differenze tra poesia e narrativa partendo da questa semplice constatazione: entrambe sono formate da parole, lo stesso mattone, la stessa materia che, manipolata, può diventare tutto. La materia è neutra, perciò la Pietà di Michelangelo è molto diversa dalla Basilica di San Pietro, eppure entrambe sono fatte di marmo. Questo è il miracolo dell’espressione, questa è la magia dell’arte.
L’intento creativo, la “causa prima” che necessariamente porta a scrivere, è spesso la declinazione del risultato finale. La scrittura di un romanzo presuppone il voler raccontare una storia, la narrazione è la molla che governa l’intero meccanismo. Scrivere una poesia, invece, implora il racconto di un’emozione pura e semplice, senza fronzoli o particolari accessori.
Chi crede nella poesia crede nel “linguaggio dell’inesprimibile” teorizzato dai romantici, crede cioè che le parole siano in primo luogo suoni evocatori e privi di significato oggettivo; in seguito diventano concetti e idee, per questo motivo l’atto poetico permette di palesare ciò che sarebbe impossibile mostrare attraverso altre forme di linguaggio. Ad esempio la parola “acqua”, la pura e semplice parola “acqua”. Qual è il suo significato, quello autentico? È facile intuire che la parola non ha un senso preciso e circostanziato. Essa può evocare un idraulico, un marinaio sul pennone più alto della nave, oppure un assetato, una spiaggia assolata, la riva di un fiume o una donna che partorisce. In ogni frangente la parola “acqua” ha un sapore differente e assume un’altra forma. La parola rappresenta un “significare” e non un “significato”. Ecco perché esiste una parola, “acqua” nel nostro caso, che definirei “narrativa”, quella cioè che potremmo calare in una storia definita, e una parola “poetica” che invece non richiede alcun sostegno. Essa è la somma di tutte le “acque” conosciute e narrate, è quanto di più incerto e vario ci possa essere; è viva e per questo, paradossalmente, non necessita di spiegazioni. È il passaporto della fantasia e della creazione, è la vela prediletta dall’espressione.
Chi scrive un romanzo o un racconto vuole principalmente condivide una storia per cercare di suscitare un emozione. Tutto nasce dalla storia che l’autore reputa interessante, unica e irripetibile. La Storia, la sua Storia. Nella poesia, la parola vuole essere principalmente sensazione da condividere nel preciso racconto di essa. Per questo motivo chi legge un romanzo si pone con fiducia nelle mani dell’autore, certo che la storia raccontata sarà portatrice di sensazioni uniche. E per lo stesso motivo non può esistere una poesia “descrittiva”. Il verso è sempre, per sua natura, “evocativo”, anche quando sembrerebbe palesemente narrante. La lettura di una poesia è un piccolo miracolo nel quale la parola diviene nuda e priva di significati; leggere una poesia riporta il linguaggio alla sua origine di primordiale e pura comunicazione, così simile al graffito primitivo in una caverna, o al geroglifico inciso sulla pietra.
Il poeta non cerca lettori fiduciosi. Al contrario, è il poeta che mette le proprie parole negli occhi e nelle mani degli altri, nelle orecchie e nel cervello di chi sceglierà di leggerle, certo di ricevere in cambio una condivisione piena.
La genesi della poesia prevede inizialmente un’intuizione, romanticamente definita “ispirazione”, un suono che sia chiave per aprire una porta nell’anima, spalancare un cancello chiuso e diventare un seme piantato in un terreno fertile. Dopo l’intuizione iniziale comincia il lavoro della scrittura e non è facile descrivere un’emozione per calarla in un linguaggio comprensibile.
L’atto creativo nasce inizialmente come intuito personale, ma si arroga presto il diritto di divenire universale. Ecco perché uno scrittore scrive e un musicista suona, uno scultore scolpisce e un pittore dipinge. Ognuno pensa che la propria intuizione privata sia condivisibile e possa diventare un pensiero pubblico. Per questo è stato concepito il linguaggio e per questo comunicare è condividere, rendere disponibile, trasformare l’idea da individuale a collettiva.
La parola prima di tutto, onnipotente e universale, come unica genesi del gesto poetico. Qual è il colore dell’allegria? Potrebbe essere il giallo? E il colore delle noia? Il grigio? Perché? E che sapore ha il disincanto? Descrivi tutto ciò, ma senza calarlo in una storia, semplicemente raccontando cosa trovi in quella stanza dopo che ne hai aperto la porta. Solo allora avrai scritto una poesia, solo allora avrai compiuto un gesto poetico e rivoluzionario.

(di Guido Mazzolini. Pubblicato nella rivista letteraria l’Autore)

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commenti
  1. Giusy Lorenzini ha detto:

    Commentare questo articolo ben fatto , non è facile. Io ho pensato in alto, al vero Onnipotente che ci ha creato a sua immagine e somiglianza; nelle qualità s’intende, perciò quando con un pennello e qualche colore creo un’opera d’arte, quando con una penna e un foglio compongo una poesia, ho imitato Dio nella creazione. Ho usato l’immaginazione, il talento, la manualità, la creatività, l’intelligenza, insomma le qualità proprie del Sommo Artista Creatore. Questo ci fa differenti dai nostri cugini scimpanzé, una manciata di neuroni, loro non potranno mai costruire ponti o scolpire la Pieta. È questa la sostanziale differenza che ci rende unici e irripetibili, sempre però se si decide di voler essere a Sua Somiglianza, questa e’ l’essenza di tutto; perché noi possiamo decidere ANCHE di non voler essere a imitazione dell’Onnipotente. Giusy Lorenzini

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