Archivio per febbraio, 2017

Non importa quanto dormi o quanto bevi, o quali fianchi cavalchi o verso quale dove o se tiri i remi in barca e ti arrendi all’illusione. E non importa dove finirà il viaggio, o in quale porto getterai l’ancora. Importa chi sei quando ami, e chi ami quando chiedi chi sei.

Guido Mazzolini

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Come sarebbe stato esserci, esistere, respirare la stessa aria in un presente ormai passato e la frangia sugli occhi e il tuo vestito colorato, la pelle e la curiosità di osservarci da lontano, estranei eppure così vicini, noi adolescenti traboccanti sogni, e i tuoi desideri e i miei, la perfezione di un bisogno timido e camminare mano nella mano. E sognarti, e aspettarti.
Era già tutto scritto, o forse ci saremmo sfiorati per una attimo soltanto.
«Piacere.»
«Piacere mio.»
Poi nulla.

 

Guido Mazzolini

Riconoscersi, capire di provenire dallo stesso niente. Creati, voluti, destinati. Se manca quello rischiamo il sospetto, o peggio l’indifferenza. Se manca quello ognuno diventa un ipotetico avversario, pronto a sottrarci il tempo, la voglia, l’allegria.

Guido Mazzolini

Non risponde, forse è distratta da chi sa muoversi abilmente meglio di te sentendo davvero un allegro festeggiare nel centro del petto, ora che avrebbe voglia di ricordare i suoi sogni puliti di bambina spensierata che rincorreva felice il rumore lontano di un treno. Puoi quasi vederla, si colora le unghie di rosso smaltato, si trucca il viso per meglio confondersi nel buio e tingere notti di tenebra scura, avvinghiata nel dubbio di essere sempre la stessa, quella che ormai ha deciso di andarsene. Il suo dado è tratto e lei si riveste di questa certezza come una scorza coriacea. Indossa le calze più scure come se tra le cosce non esistesse un ingresso che possa lasciare intravedere una scheggia aguzza di luce. Non ha più stelle o paradisi, solo la voglia di smarrirsi ancora. Le immagini restano, cantano parole sottili sillabandole adagio e tu le vedi cadere appese come lacrime alla scia di uno sguardo mentre sfiorano preziose il suo seno. Possiede ancora un ombrello rosso da riempire con un fiume intero di pioggia, lo agita appena per farlo stillare d’inchiostro nero che possa tingerle la pelle del viso, bagnarle i capelli e coprirli di nebbia leggera. Porta tacchi alti e affilati per calpestare i tuoi occhi. Tacchi d’acciaio che possano forare il ventre gonfio di una notte qualsiasi e sentirla diversa da tutte le altre sognate appoggiata alle spalle del buio, raccattando sospiri di uomini e amore. Si agita e geme, sospira e si spande di luce, è un fiore che sboccia. Spalanca le labbra viola e gocciola semi di neve in un letto, stringendo le mani per gioco, per essere un fiume di sabbia dorata e non questo sesso crudele venato di marmo. Ma lei non comprende. Lei già troppo lontana. Scorda le ore passate dall’ultima volta che ha fatto davvero l’amore, dimenticandosi sdraiata tra bianche lenzuola di sogno oppure in un prato d’estate, se la presero per strada e solo un alito tiepido di vento le sfiorò la pelle e le sgualcì la gonna. Quante mani avranno avuto il coraggio, quante saranno arrivate nel punto preciso dove la rabbia si squaglia; se solo sapesse questo lei diventerebbe accessibile e basterebbe una luna che brilla d’argento e risplende di luce sulle sue labbra umide perché tutto diventi più chiaro. Qualcuno le strinse le mani per gioco, allargandole il cuore. Qualcuno bussò alla sua porta e calpestò quella pelle di rosa lasciando una fila di impronte leggere, un ricamo di passi sulla neve. Qualcuno divenne padrone ed unico erede di lei, signore della sua meraviglia, candore e delizia, sottile increspare di acqua. Ma lei non risponde e non avrebbe più senso rimanere in attesa a raccontarle di te. Stasera apri davvero il cancello ed entri in quel sogno dormiente di mare salato in mezzo al tuo petto, dove lei sarà il buio che regola il giorno, dove tu sarai notte che placa benigna la terra e s’annoia di tedio aspettando che arrivi il mattino.

(Il passo del gambero – Guido Mazzolini)

Ondeggi su me come un ricordo antico, un pensiero da nutrire per l’eternità. Arrivi all’improvviso, mi culli come un feto e mi riscaldi. Tutto sembra possibile, anche sciogliere il ghiaccio che da secoli ha incrostato la mia anima ibernata in una sicurezza gelida, come chi resta immobile ma respira tranquillo e sicuro, dormiente in uno sterile letargo. Arrivi all’improvviso e all’improvviso te ne vai senza un apparente motivo, nemmeno una scusa, mi squarci il petto nudo, mi baci e mi strappi il cuore. Davvero questo rito primitivo, come primitivi possono essere i sentimenti e gli istinti, mi sconcerta e mi lascia attonito e stordito; davvero mi è sembrato possibile tutto questo, l’averti incontrato, sfiorato e condiviso, confidando in una pazienza che non hai, in quel sapere attendere e seguire i tempi sincopati del mio sentire, le aritmie della mia anima; così la ruota gira e noi come palle da bigliardo rimbalziamo seguendo traiettorie definite ma incomprensibili. La musica si strofina come un gatto sulla mia pelle chiara, si sdruce nelle mie ossa, le sbriciola ad una ad una per poi ricomporle; ascolto Chopin, “Notturno in si bemolle minore” e non ho bisogno di altro che quel sapore dolce-amaro già racchiuso in un romanticismo non di maniera ma realmente sentito nel sangue e nella pelle. Mi scivola sopra, mi scuote e mi penetra un brivido quando il senso del vero si palesa come autentico e quasi dogmatico, il modo maggiore che esplode e si inalbera, si erge serico con echi modali nei rapidi arpeggi che sembrano gocce lasciate cadere per caso. Profuma di amore e di alcove disfatte, di fumo e di fiori. Rifletto su quanto doloroso possa essere il bisogno di un altro, la voce che urla incessante, la bestia che mi possiede, il demonio che strepita in me. Mi accorgo che la poesia è un po’come la vita, una mosca catturata in un bicchiere capovolto, che ronza e sbatte contro il vetro senza fermarsi mai.

Guido Mazzolini (L’Attimo e l’Essenza)