Archivio per aprile, 2017

Piccoli saltelli nell’intreccio delle dita, e il pensare noi come un riflesso di luna in una pozzanghera, e allunghi una mano per afferrarlo ma non riesci, e miri al cielo ma è ancora più lontano. Malinconici eroi, scansavo le carezze, il tuo tentativo di lenire le ferite, quel sangue scuro che schizzava e imbrattava il muro e le nostre giornate. Attendevo la piatta nostalgia che avrebbe sussurrato una parvenza di tranquilla resa ai miei giorni folli, al mio procedere storto, a quel voler tenere tutto sotto controllo che alla fine è diventato un sentire stonato e attutito, un sentire poco, un sentire nulla.
Dettagli di noi come pane raffermo e disegni sull’acqua. Ti lascio il mio profilo, il lobo di un orecchio e le rughe degli occhi. Ti lascio lo sguardo stupito di chi ha assistito a un miracolo, a un’esplosione magnifica nel cielo, ora spenta in un filo sottile di fumo.

Guido Mazzolini

Annunci

La città era calda e magnifica, fuori da noi, fuori da tutto. Una voce in lontananza e il respiro dei cani, un filo sottile di vento che entrava dalle finestre. E non avere bisogno di altro. È strano come tutto scivola veloce nel tempo e quella dimensione, oggi lontana e sospesa, resta ammucchiata in un angolo, coperta da inutili giorni, da ciarpame di vita riposto meticolosamente davanti ai tuoi occhi aperti.
Era la nostra sera e mi osservavi. Sorridevi accogliente, la tua anima una porta aperta, un rifugio sicuro. E io che mi lasciavo andare e accettavo i tuoi tentativi di entrare. Io sempre trattenuto e legato alla catena, io e le mie porte chiuse, io e i miei silenzi ermetici che avevi trasformato in musica, canzoni sguaiate da una chitarra imbracciata come un mitra.
Le tue vertebre sotto le dita, un rosario di desideri che ti raccontai in un fiato. Le mie mani scivolarono sulla gabbia delle costole, quella scatola d’ossa che racchiudeva il tuo cuore. E il tuo odore e la pelle, e il ritmo ondulato del respiro. Estasi umida e calda, un guanto caldo in una notte d’inverno. La mia seconda pelle. Il tuo corpo diventò la mia casa, entrai in te come l’esodo di un popolo schiavo e finalmente liberato. Entrai in te come la sola cosa possibile, come l’unica soluzione ai miei dubbi, come la sola meta del viaggio. Entrai in te e in noi, nello spettacolo di un piacere denso che invase l’universo ricoprendo ogni cosa, il pavimento, i muri, fino ad innalzarsi come un’onda e a uscire dalla finestra per diventa aria pura, irrorare le piante e arrivare fino al mare. Entrai in te, nei tuoi occhi spalancati che mi guardavano come si guarda un miracolo, con la stessa intensità di chi trova una pietra preziosa nascosta nel fango. Lo stesso furore che scuote gli uragani e scoperchia i tetti, la stessa forza della luna che muove le maree. Diventasti per me madre e figlia, terra e aria, fuoco e tempesta. Entrai in te, come la prima volta. La prima volta che pensai di essere dio.

Guido Mazzolini

Ti guarderei con più attenzione
senza la fretta del rapitore,
con fragile ingenuità
mentre raccogli stelle
distesa sul mare nostro di papaveri
dove affondano i sogni
nel ventre della notte
e poserei le mani stanche
sui tuoi fianchi d’alabastro
con la delicatezza cieca
di chi sfiora un monile prezioso.
Osserverei attentamente
le ombre che disegna
la luna sul tuo viso
cercherei di conoscerle
una dopo l’altra
e apprezzerei il tuo odore
quell’impronta lieve di fiori
abbandonati in un cassetto.
Appoggerei l’orecchio sulla gola
per udire il tuo respiro,
il gesto delle labbra quando preghi
e quello delle dita quando godi.

Guido Mazzolini

Era bello quel tempo, quando il tuo sorriso trasformava un pugno di terra in un’isola, una pozza d’acqua in oceano.

Guido Mazzolini

È facile illudersi, corrispondere al desiderio di essere felici a qualsiasi costo, anche fingendo di stringere tra le mani quello che in realtà non hai. E stai lì, seduto davanti a un tramonto, pensando di contemplare un’alba.

Guido Mazzolini

Figlia di roccia e fuoco
ruscello di gioia che ride
donna di sensi e passioni
o bambola di porcellana
con gote rosse di bimba
sei spirito scalzo di zingara
zucchero e spezie d’oriente.
Ti ho visto sbocciare prezioso mistero
la tua è una stagione di sole
papaveri e sogni che volano
come larghi aquiloni.
Cavalca la vita
e mai sottomettiti a lei
perché ciò che conta è la meta
e non come navighi il viaggio,
avrai comode scarpe di seta
o camminerai a piedi nudi
su cocci taglienti
ma il porto d’arrivo è lo stesso
ed io resterò ad aspettarti
vestito di luce e futuro
o come un povero vecchio ricordo.
Ti amo di baci e pensieri
come onda di fiume pulito
come candido fiore sulla riva di un fosso,
ti amo come pioggia estiva
un desiderio notturno
come un’ombra di luna bagnata
che cura le notti di pianto.
Entro nella tua vita giovane
sono il ramo d’acacia che batte sul vetro
e ancora ti tengo la mano,
rimani soltanto per sette stagioni
qui c’è una buia finestra
una vecchia poltrona
una coperta sgualcita che avvolge
le mie troppe parole di padre.

Guido Mazzolini