Archivio per maggio, 2018

Grazie, come sempre, Guido. Mi hai commosso.

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I miei figli sono bellissimi.
Cresciuti, il tempo ha macinato stagioni, le loro e le mie, li osservo da questo angolo di vita e li ammiro. Ho perduto i bambini che erano, quelli che gettavano le braccia al mio collo, quelli che si fidavano ciecamente di me. Quei figli di una volta non esistono più e vivono nei miei ricordi, il germoglio è diventato fiore, frutto, albero rigoglioso. Ma quando i miei figli ridono accade un piccolo miracolo. La voce, il viso, lo sguardo ritornano a essere quelli di allora, in loro riemergono i bambini di un tempo, indifesi eppure fortissimi, quelli che dipendevano da me e consideravo come una parte inscindibile, come un braccio, una gamba, come un pezzo di cuore.
I bambini ringraziano per ogni cosa, non con la voce ma con lo sguardo. Sorridono con gli occhi e con le labbra, alzano le braccia al cielo e benedicono la gioia. È il loro modo di dire grazie, e ci riempie il cuore. Poi, crescendo, il tempo getta addosso le maschere più cupe. Impariamo presto a ingannare noi stessi, tradendo l’essenza più vera di quello che siamo, e involontariamente vestiamo panni che non ci appartengono, recitando la parte di chi non attende nulla, di chi ha appeso l’anima al chiodo. Si rischia di diventare adulti così, perdendo l’istinto del sogno e l’umiltà di ringraziare con naturalezza, come l’erba è grata alla pioggia, o la nuvola alla tramontana.
Eppure la gratitudine è benzina preziosa, funziona e spinge avanti il motore della vita. Si può credere in Dio e ringraziarlo, oppure non crederci e pensare all’esistenza come a un accidentale gioco d’incastri. Si può ringraziare la sorte, la vita, qualunque cosa ci venga in mente. Viviamo, respiriamo, sorridiamo e piangiamo. Ogni istante accade irripetibile, dobbiamo soltanto accorgercene.
Ho avuto cielo sulla testa e terra sotto i piedi, aria nei polmoni e acqua da bere, cibo in tavola e due figli che aspettavano il mio ritorno. Ho avuto una famiglia, una madre e un padre, un gatto, un libro di poesie da scrivere e tanta musica da suonare. Tutto intorno a me è stato fonte di bellezza intangibile e nascosta, bastava solo riflettere, guardare oltre, esserne consapevoli.
Penso ai miei figli e penso al dono. Non a quello guadagnato col sudore, al dono e basta, quello capitato senza cercarlo, quello che succede al di là dei meriti o degli sforzi. Mi concentro sul regalo e gioisco, grato di essere grato.
Non è facile essere padre, non lo è mai stato. Difficile scardinare alcuni pregiudizi, preconcetti, pensieri che invadono le coscienze. Ho sempre cercato di essere un punto di riferimento, precario, a volte instabile, ma comunque un punto fermo, qualcuno di cui i miei figli avrebbero potuto fidarsi. Non ho mai voluto essergli “amico”, la mia generazione ha respirato quella psicologia un po’ squallida che suggeriva di abbandonare l’autorità del genitore per abbracciare il ruolo del “compagno”, più comodo e meno impegnativo. Ma i figli hanno bisogno di un padre, non di un amico. Il ruolo di amico non è destinato a chi li ha messi al mondo.
Perché il punto cruciale è proprio questo, mettere al mondo significa fornire i mezzi per vivere e affrontare il viaggio, le scarpe più adatte, i vestiti pesanti per le stagioni fredde, un cervello agile e un cuore largo.
Oggi guardo con orgoglio i miei figli e credo di aver fatto un buon lavoro. Hanno preso in mano il timone della vita, ognuno con i propri tempi e i propri mezzi, navigando futuri che nemmeno riesco a immaginare.
Cerco sempre di essere quel punto di riferimento sbiadito, mescolo in parti uguali cinismo e follia, a volte comprensivo e a volte incomprensibile, sputo sentenze e consigli non richiesti. Loro mi ascoltano e nemmeno ci fanno caso. È un buon segno, significa che possono fare a meno di me, che camminano con le proprie gambe e pensano con la propria testa.
E va bene così.

Guido Mazzolini

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Passò un anno di calma apparente, addomesticai l’irrequietezza fabbricando ritmi ben definiti che governavano le mie giornate. Dedicavo la mattina a passeggiate brevi, poi sistemavo casa e preparavo il pranzo. I pomeriggi scivolavano davanti al pianoforte, spesso in compagnia di giovani studenti troppo ossequiosi. Ore spese a parlare di musica e vita, di sangue e d’amore. Le serate scorrevano nei locali di jazz, jam session, iniezioni obbligate di ritmo e allegria. Io e Cisco avevamo ritrovato l’antica complicità, bastava guardarci di striscio per capire uno le intenzioni dell’altro. Non ricordo improvvisazioni migliori di quelle, l’idea scorreva dalle corde spesse del contrabbasso ai tasti del pianoforte con la naturalezza di un respiro, come la musica dovrebbe essere. 

Tratto dal romanzo “Un celeste divenire” di Guido Mazzolini

 

 

Scrivo per te queste parole
sparse sul tavolo come chicchi di riso,
riposte in un angolo, nell’attesa dell’inverno
scrivo per te queste parole
celate in uno scrigno di sintassi
e di meticolose meraviglie
dipinte dal silenzio del mio dire
queste parole sciolte
al primo sole di un’estate
legate al dubbio, al grido di rancore,
queste parole sghembe,
zoppe, ferite, sanguinanti
le mie parole folli
che tu chiami poesia.

Guido Mazzolini

Non amare il soffio di queste parole
non lodarne il ritmo arguto o il tentativo
di evocare un suono. Io offro una carezza lieve
solamente un abbraccio maldestro e sconosciuto
che infrangendo il buio susciti l’autentico
e tu non ceda alle lusinghe
di chi ti vuole consenziente,
alle parole duttili dei maestri
degli inseriti e disattenti,
degli inventori di consorzi umani
dei mediocri rivoluzionari delle idee
che vogliono te discente e malleabile
mentre pongono gioghi pesanti sulle nude spalle
e gioiscono sbranando la carne della tua anima.

Voglio essere una povera voce detestabile
un ronzio fastidioso nel silenzio
una goccia salmastra sulle labbra
e tu possa esplodere come azzurra nube
che avvolge l’universo intero,
ma ora sono un triste narratore
e parlo ad un mesto me stesso che parla.

Guido Mazzolini