Archivio per febbraio, 2019

Ne abbiamo paura. Fingiamo di non pensarci, accantoniamo l’idea come un frutto avariato in una cesta. Lo mettiamo da parte per non pensarci, lo nascondiamo con emozioni di ogni genere, sensazioni più o meno forti che impregnano il nostro quotidiano.
Il pensiero della morte è il grande assente di questo tempo affrettato, nessuno ne parla, è l’ospite indesiderato, quello che nessuno vorrebbe seduto alla propria tavola. Ma a volte bussa alla porta, chiede di entrare. È una voce fuori dalla finestra. Succede all’improvviso, una notizia al telegiornale oppure l’automobile che sbanda. E ci pensi, e te ne accorgi. Perché che ti piaccia o no siamo circondati dalla morte. Guerre, violenze, la parte bestiale dell’uomo che prende il sopravvento. E se non bastasse c’è la natura a fare il suo dovere. È la conclusione della vita di tutti, la chiamano morte naturale e suona come un ossimoro. È una cosa che stride nella nostra vita e interroga la coscienza.

Guido Mazzolini

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Ondeggi su me come un ricordo antico, un pensiero da nutrire per l’eternità. Arrivi all’improvviso, mi culli come un feto e mi riscaldi. Tutto sembra possibile, anche sciogliere il ghiaccio che da secoli ha incrostato la mia anima ibernata in una sicurezza gelida, come chi resta immobile ma respira tranquillo e sicuro, dormiente in uno sterile letargo. Arrivi all’improvviso e all’improvviso te ne vai senza un apparente motivo, nemmeno una scusa, mi squarci il petto nudo, mi baci e mi strappi il cuore.
Davvero questo rito primitivo, come primitivi possono essere i sentimenti e gli istinti, mi sconcerta e mi lascia attonito e stordito; davvero mi è sembrato possibile tutto questo, l’averti incontrato, sfiorato e condiviso, confidando in una pazienza che non hai, in quel sapere attendere e seguire i tempi sincopati del mio sentire, le aritmie della mia anima; così la ruota gira e noi come palle da biliardo rimbalziamo seguendo traiettorie definite ma incomprensibili.
La musica si strofina come un gatto sulla mia pelle chiara, si sdruce nelle mie ossa, le sbriciola ad una ad una per poi ricomporle; ascolto Chopin, “Notturno in si bemolle minore” e non ho bisogno di altro che quel sapore dolce-amaro già racchiuso in un romanticismo non di maniera ma realmente sentito nel sangue e nella pelle. Mi scivola sopra, mi scuote e mi penetra un brivido quando il senso del vero si palesa come autentico e quasi dogmatico, il modo maggiore che esplode e si inalbera, si erge serico con echi modali nei rapidi arpeggi che sembrano gocce lasciate cadere per caso. Profuma di amore e di alcove disfatte, di fumo e di fiori.
Rifletto su quanto doloroso possa essere il bisogno di un altro, la voce che urla incessante, la bestia che mi possiede, il demonio che strepita in me. Mi accorgo che la poesia è un po’come la vita, una mosca catturata in un bicchiere capovolto, che ronza e sbatte contro il vetro senza fermarsi mai.

Guido Mazzolini