Roma era calda e magnifica, fuori dal cielo, fuori da tutto. Una voce in lontananza e il respiro dei cani, un filo sottile di vento che entrava dalle finestre e noi. E non avere bisogno di altro. Era la nostra sera e mi osservavi. Sorridevi accogliente, la tua anima una piccola porta aperta, un rifugio sicuro. E io che mi lasciavo andare e accettavo i tuoi tentativi di entrare. Io sempre trattenuto e legato alla catena, io e le mie porte chiuse, io e i miei silenzi ermetici che avevi trasformato in musica, canzoni sguaiate da una chitarra imbracciata come un mitra. Le tue vertebre sotto le dita, un rosario di desideri che ti raccontai in un fiato. Le mie mani scivolarono sulla gabbia delle costole, quella scatola d’ossa che racchiudeva il tuo cuore. E il tuo odore e la pelle, e il ritmo ondulato del respiro. Estasi umida e calda, un guanto caldo in una notte d’inverno. La mia seconda pelle. Il tuo corpo diventò la mia casa, entrai in te come l’esodo di un popolo schiavo e finalmente liberato. Entrai in te come la sola cosa possibile, come l’unica soluzione ai miei dubbi, come la sola meta del viaggio. Entrai in te e in noi, nello spettacolo di un piacere denso che invade l’universo ricoprendo ogni cosa, il pavimento, i muri, fino ad innalzarsi come un’onda e a uscire dalla finestra per diventa aria pura, irrorare le piante e arrivare fino al mare. Entrai in te, nei tuoi occhi spalancati che mi guardavano come si guarda un miracolo, con la stessa intensità di chi trova una pietra preziosa nascosta nel fango. Lo stesso furore che scuote gli uragani e scoperchia i tetti, la stessa forza della luna che muove le maree. Diventasti per me madre e figlia, terra e aria, fuoco e tempesta. Entrai in te, come la prima volta. La prima volta che pensai di essere Dio.

Guido Mazzolini

(Sempre bello rileggerlo tutto d’un fiato…)

commenti
  1. Emilio Ferro ha detto:

    Questa è la versione completa di Fuoco Sacro:

    Fuoco Sacro

    Ho il fuoco sacro della poesia,
    e non c’è ostacolo o scoglio
    che riesca a sviarmi o mi porti via,
    cammino per le strade e le piazze
    a volte, posso sembrarvi un po’ perso,
    ma la mia mente vola e libra leggera,
    immersa totalmente in un nuovo verso,
    nel suo impalpabile e lieve universo,
    mio smisurato mondo: infinito,
    dove guerre e crudeltà sono bandite
    ove il sogno è realtà, e la realtà un miraggio,
    colmo di dolore e spietatezza, e dove è negata
    l’infanzia e la giovinezza, il male è padrone
    assoluto, deruba i sogni e le speranze,
    illusioni d’una vita migliore, sotto piogge di bombe
    più o meno “intelligenti”, intelligenza d’un demonio,
    che distrugge la vita in ogni sua parvenza,
    le feste d’un matrimonio, rito nuziale con Satana
    corpi spazzati via come fuscelli
    in nome di un Dio cieco e sordo,
    in nome di un Dio sordo e cieco.
    In tutta questa assurda situazione,
    la mia mente cerca, testardamente, poesia,
    oscilla, vacilla, riprende la rotta e l’ispirazione:
    la poesia non salverà il mondo; ma l’umanità,
    il suo stato d’animo più profondo, ineguagliabile,
    brucerà e risorgerà in un fuoco sacro,
    Fuoco sacro che la monderà.
    M’immergerò in un mare d’emozioni
    tra onde di perifrasi di sinonimi
    flussi di sentimenti fragili come cristalli
    dove i pesci son parole, espressioni di gioia
    o di dolore, frasi d’amore o di stupore
    ove il mondo è meraviglia, nuvola di zucchero
    e di vaniglia, dove splende la mia sensibilità
    dove sfavilla la mia fragilità,
    che di salute son cagionevole, ma la mia forza
    è nella poesia, mia compagna e amica
    mio riferimento costante, mio solido picchetto
    che mi sorregge sulla parete impervia della vita,
    sulla quale m’innalzo con i miei versi,
    punti di riferimento nelle costellazioni dei cuori
    di chi come me soffre i patimenti
    di un corpo fragile che t’inganna, ti conduce
    sui binari della sofferenza, in stanze disadorne
    d’ospedali dove la noia fa da padrona
    e le notti ed i giorni, si susseguono uguali
    i minuti sono ore, e le ore sono anni,
    dove scorre la tua vita appesa ad un filo
    filo di seta fragile e sottile, filo di speranza
    di volerne uscirne vivo.
    Ho trascorso gran parte della vita
    in ospedale, un filo rosso continuo ed intrecciato,
    che ha rafforzato la mia sensibilità
    costruito una rude corazza sulla mia emotività:
    Ho il fuoco sacro della poesia

  2. Emilio Ferro ha detto:

    Ti ringrazio! Assieme alla mia poesia sull’11 settembre tra quelle che ho nel cuore!

  3. Emilio Ferro ha detto:

    La poesia sull’11 settembre 2001 è questa:

    11 SETTEMBRE

    Quando, questa mattina mi lasciasti lì sul marciapiede al volo
    ed in un balzo scesi dall’auto porgendoti un saluto con la mano
    scrutando, ansioso, nello specchietto per scorgere il tuo viso
    mai avrei pensato che fosse l’ultima volta che l’avrei veduto.
    Quando, accesi la sigaretta osservando, lo sguardo curioso
    quella strana tipa, tutta di rosa vestita ed i suoi piedi affilati,
    e la sua mano agitata, nervosa, mi squadrava nascosta da lenti nere,
    mai avrei creduto fosse l’ultima donna che avrei osservato.
    Quando, immergevo il mio sguardo nel caffè bollente e rivedevo,
    innocente, il tuo sorriso, tu nel mezzo del cortile assieme ai tuoi compagni
    correre come uno sciame d’api giocose, miele e zucchero della vita
    bambino mio, mai fosse stato l’ultimo sorriso che m’avresti offerto.
    Quando seduto sulla poltrona di pelle meditavo su rapporti e relazioni
    sulle reazioni dell’amministratore da contenere, alle prospettive
    del mercato che mi offrivano un’opportunità ed un futuro sicuro
    mai avrei immaginato che esso fosse dinanzi a me infuocato e scuro.
    Quando, raggiungesti l’ultimo piano e le scale mobili mi portavano lente
    al piano aperto dove il cielo è più vicino alle case e son macchie gialle i taxi
    la curva della terra, come fantastico trampolino con il sole per medaglia
    mai avrei creduto che quello fosse stato il mio ultimo salto.
    Quando, squillò il telefono e risposi, il tuo pianto acuto, mi dicevi: ti amo
    e non capivo, seguivo inebetita lo srotolarsi d’interminabili attimi: ti amo
    rispondevo al telefono ormai muto, il fuoco ingoiava crudele ed assurdo
    la vita: la tua, la mia. Avrei fermato il tempo per sentire la tua voce in eterno.
    Quando, salivo le scale quattro a quattro, il fumo acre sempre più denso e invadente
    ed io bardato di asce, estintori e maschere come un cavaliere del nuovo millennio
    correvo imponendo al cuore uno scudo, nascosta la paura dietro la mia armatura.
    Salendo ogni piano stridente metallo, ogni atrio scroscianti cristalli, ogni passo lembi di fuoco
    e donne, e uomini torcia, vento infernale e incedere lento del cemento su sé stesso
    un assurdo e malefico accartocciarsi del mondo, rinchiudersi in sé dell’universo.
    Immaginavo la morte meno atroce, le porte d’un inferno aperte da un volo innocente.

    p.s.: scritta il 12 Settembre 2001

  4. Emilio Ferro ha detto:

    Ti ringrazio, è una poesia che scrissi il 12 settembre 2001come hai letto, con l’angoscia nel cuore, perché, avevo una cugina che lavorava in uno studio legale, in una delle due torri! Seppi poi che, si è miracolosamente salvata, perché quel giorno si era sentita male o era in vacanze, adesso non ricordo bene!

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