Archivio per la categoria ‘anima’

…..Meraviglioso Guido Mazzolini

-Uomo di pianura-

Sono nato di pianura senza chiederlo, respirando il cielo e calpestando il suolo. La mia terra è una spianata uniforme di campi distesi e mozziconi di case, paesi e città che interrompono l’orizzonte, campanili di mattoni e cascine. La nebbia mi avvolge e ogni inverno tutto diventa più incerto. Riesco a intuire il profilo delle cose, mi sento parte di un mondo di pane e cotone. Un po’ di quel grigio mi entra negli occhi e quasi non rimpiango più il sole. Vicoli e strade, braccia e andature padane che ondeggiano. Occhi e passi svelti, spalle grandi di agricoltori, unghie scure di terra e sguardi fondi, abituati a scrutare il cielo prevedendo pioggia. Volti lombardi, carichi di storia e generazioni piovute dal cuore dell’Europa, infilate in questo dito di penisola che s’insinua nel mare. Espressioni di un passato che aderisce al volto come un marchio. Sono le mie radici, cromosomi persi nella notte del tempo che hanno generato le mie cellule e tutto ciò che sono.
Siamo tutti fratelli di una sconfinata umanità, e ci appartiene la medesima patria, ma in fondo abitiamo case diverse, ognuna con le proprie abitudini. Diversi usi, costumi, dialetti, cadenze nella voce. Il mio essere lombardo ha radici antiche e camune, di golasecca, galli e romani, barbari ostrogoti e longobardi. Quanti popoli e passi stranieri, voci e sguardi di confine. Immagino i loro respiri disperdersi nel freddo della notte, i fuochi dell’inverno, e capanne e pietre. E nel mio sangue scorre un po’ del loro, piccoli rivoli stranieri che si mischiano e generano il mio presente, il mio respiro, le mie ossa.

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Scrivere, esprimere. In fondo è davvero così, la verità è nulla senza la possibilità di raccontarla. La bellezza, il tempo che passa, le rughe delle vita sarebbero niente se non venissero espresse. “Exprimere”, spremere, tirare fuori. Come si fa col dentifricio, con un’idea o una sensazione accennata. Come si fa con un rimorso, un pensiero, un desiderio, un’ipotesi. E quanto ancora da spremere, quante parole che affollano l’aria come farfalle trasparenti.

Guido Mazzolini

Scrivo per te queste parole
sparse sul tavolo come chicchi di riso,
riposte in un angolo, in attesa dell’inverno
scrivo per te queste parole
celate in uno scrigno di sintassi
e di meticolose meraviglie
dipinte dal silenzio del mio dire
queste parole sciolte
al primo sole di un’estate
legate al dubbio, al grido di rancore,
queste parole sghembe,
zoppe, ferite, sanguinanti
le mie parole folli
che tu chiami poesia.

Guido Mazzolini

Possiamo salvarci. È l’ascesi la chiave per uscire da questa logica post-moderna che condanna l’uomo a essere un patetico mulo attaccato alla soma del bisogno. Il desiderio di mondo e di terra ci inchioda a razzolare nel fango, dimenticando che il cielo è sopra di noi. Così ci accontentiamo di avere certezze che diventano presto domande inespresse. Siamo privi di una visione che potrebbe portarci a desiderare l’impossibile. L’edonismo assoluto chiama alla negazione dell’altro nel nome esclusivo del sé, abituandoci all’esercizio del cinismo e del dubbio, non come portatore di ricerca, ma come immobile frontiera invalicabile che ci priva della possibilità di trovare una risposta dentro noi stessi. Il limite ci pone davanti al Mistero. Fra le innumerevoli smanie di assolutismo, abbiamo smesso di cercare l’Assoluto.

Guido Mazzolini

Ancora una volta faccio mie queste riflessioni, e auguro a tutti Voi un BUON NATALE!!!!!!!

C’è il Natale del mondo, quello fatto di luci e panettoni, quello dei buoni sentimenti confezionati ad arte e dei regali sotto l’albero, il Natale di un vecchio ciccione vestito di rosso e di una slitta trainata dalle renne. C’è il Natale delle corse e rincorse agli sconti e alle buone occasioni, il Natale dei centri commerciali, della televisione e del “A Natale puoi…”. Il Natale dei “Jingle bells”, delle abbuffate e della neve di polistirolo.
C’è il Natale del multiculturalismo imbecille che vorrebbe togliere di mezzo il presepio, Gesù bambino e il significato stesso di ciò che si vuole festeggiare. È il Natale buonista che in nome del rispetto non rispetta il vero protagonista, e si pensa a un’accoglienza ipocrita, a un compleanno senza il festeggiato.
C’è il Natale di chi non ne vedrà un altro, e penso al mio e all’ultimo di mio padre, ai suoi occhi che già guardavano oltre, ai nostri volti tristi, alle sue mani arrese. E quanta verità nei suoi ultimi giorni, quanta Vita in quella morte.
Tutti i nostri Natali, e ogni Natale che ancora verrà. Il Natale che abbiamo sognato, sperato, atteso, voluto. Il Natale che ogni anno sembra splendere un po’ meno.
Poi c’è il Natale di 2018 anni fa, quando a Betlemme il Verbo si fece carne, e Dio si vestì dei poveri panni degli uomini, dalla fragilità di un bambino alla morte di un condannato alla croce. Perché, meglio non dimenticarlo, il Natale è l’evento che ha cambiato la storia dell’umanità. È la festa della cristianità, e si festeggia la nascita di Dio fatto uomo, l’incarnazione del Tutto nel nulla. Nient’altro. Il resto sono inutili accessori, piacevoli, folcloristici, ma niente di più.
A te, a me, a noi. Qualunque sia il nostro Natale.
Tanti auguri.