Archivio per la categoria ‘citazioni’

Sono morto mille volte
in ogni impercettibile silenzio,
nelle mani chiuse, tra le labbra,
folle come chi ha bevuto il nettare del sasso,
sazio di un denso respirare
dei ciottoli lasciati nel piatto
del lancio del coltello
della mia voce rotta, piena di parole.

Grazie per quello che mi hai donato, te stesso, il tuo cuore, tutto di te. Ora per me è incomprensibile il tuo gesto, ma come sempre devo accettare anche questo, con la gola strozzata e gli occhi fradici.

Vola, ti prego, vola.

Elena.

Vorrei sapere amare
come inatteso dono
sorpresa imprevedibile
di un’agonia trascorsa
come amano l’alba
gli amanti solitari
come stornello antico,
un mantra di luce.

Guido Mazzolini

Claudia affiorò nel mio sproloquio, come un animale morto in una palude. Raccontai a Patrizia il dolore che avevo provato nel rivederla e l’angoscia trattenuta nel centro del petto. Le dissi che mi compativo e detestavo quel non voler fare a meno di un sogno, di un volto troppo vivo per poter diventare un ricordo. E che l’amore rimpianto poteva essere così penoso, uno squarcio nel cuore che innaffiavo di ricordi per paura che potesse chiudersi e riportarmi a una dimensione di vita che in realtà non lo era, perché in quella vita mancava la presenza di Claudia. Patrizia mi ascoltò in silenzio. Lo sguardo attento, la vidi al mio fianco, minuta e arresa. Evitò ogni giudizio, non per disinteresse o debolezza. Al contrario, Patrizia era una porta aperta, una scatola in grado di contenermi e proteggermi. Cominciai a sentirmi bene e sciolsi le ultime difese. Mi prese per mano e non la lasciai. La strinsi forte, come chi teme di perdere qualcuno.

Dal romanzo “Un celeste divenire” di Guido Mazzolini

L’estate è un’orchidea meravigliosa
giaciglio di rugiade cotte,
copricapo di occasioni e pensieri
è schiena nuda di donna
da contarne vertebre e sospiri.
L’estate ha due mani e mille occhi,
un mazzo di carte da ramino
una chitarra e fuoco di canzoni,
l’estate ha quella voglia di sudare
di contemplare ipotesi e aquiloni
in essa mi nascondo
e riconosco te, ciò che rimane
di quell’estate tramortita e oscura.
Immagino impronte sconosciute
di uomini stranieri
nel fosso del tuo ventre
le labbra aride a spegnere la sete
urla di vento tra le fronde.
e questa estate, crimine di cuore,
lavoro smarrito nell’inganno
strada sterrata, un malumore
randagio come un gatto, acuminata.
È un tavolo ordinato, un piatto, un cibo
un bicchiere fresco di vino,
un sasso da lanciare al fiume
a piedi nudi, la freschezza addosso
trattenendo il fiato come certi amanti
per non sentirsi invisibili,
folli e perduti, irrisori e distanti.

Guido Mazzolini

Buon Ferragosto! P&E

In questa calda giornata d’Agosto vi proponiamo un bel racconto di Guido Mazzolini. Leggetelo, grazie.

Paola & Elena

L’oboe e la luna

Stringimi la mano, la luce nella stanza è un sole acceso che brucia la pelle. Sei così bella, lo sguardo uno specchio, la fronte un lago di pensieri. Dalla finestra si vede un giardino, qualche albero storto, poche foglie e una panchina. Il mondo è fuori da qui, al di là di noi, oltre quel vetro azzurrato che ci tiene in gabbia. Stringimi la mano, non lasciarmi andare via. Sei la mia terra, il mio altrove, il luogo dove sono nato. Sei il ventre di mia madre e le braccia forti di mio padre. Sei radice e linfa, tuono e temporale, tempesta che scoperchia i tetti. Sei luna che indica la strada al pellegrino, sei l’ingegno dell’uomo che ha costruito cattedrali, sei l’ispirazione del poeta. Sei la mia donna.

Il nostro paese è adagiato in un’ansa di pianura. Nelle mattine d’inverno si alza una foschia leggera che bagna i campi e li copre come un lenzuolo. È una spianata ampia e scura, ti affacci alla porta e vedi un mare di zolle già arate o di erba che cresce. Puoi quasi sentire il rumore di ogni seme che sboccia e buca la terra, è un crepitare di gusci, un mormorare lontano, è il chicco che muore e diventa una vita migliore. A me è accaduto lo stesso miracolo. Ti ho incontrato per caso nell’unico bar del paese, quello davanti alla chiesa, un rifugio accogliente e fumoso nel quale entravo ogni mattina per acquistare un pacchetto di Nazionali senza filtro. Le stesse sigarette di mio padre e di mio nonno, lo stesso vizio tramandato da generazioni. Afferrai quel pacchetto spartano, la lettera “n” in blu sul rettangolo azzurro, la scritta NAZIONALI bene in evidenza. Rassicurante, semplice e senza pretese, un po’ come quel 1958 appena cominciato. Tu andavi di fretta, tra le dita una busta bianca e un biglietto. Quasi ci scontrammo, mi scusai senza alzare lo sguardo dal pavimento. La nostra era un’epoca serena, nemmeno sfiorata dalle guerre che avevano perseguitato le generazioni precedenti. Nati in un periodo storico di ricostruzione e desiderio di futuro, di regole e certezze a illuminarci la strada, eravamo una generazione con la voglia di prendersi tutto ciò che la vita offriva, senza sconti o rinunce. Domenico Modugno cantava “Nel blu dipinto di blu” e in ogni angolo ne sentivi vibrare la voce. Quelli erano gli anni del boom e delle nascite record, dei giovani scaltri e irripetibili, con l’illusione di non invecchiare, pronti a tutto, pronti a una vita migliore. Era un’Italia ottimista e proiettata verso il futuro. Quattro anni dopo, un 11 ottobre di luna piena, al termine della fiaccolata che concludeva la giornata di apertura del Concilio, Papa Giovanni avrebbe pronunciato le parole che conquistarono il mondo. “Tornando a casa troverete i bambini, dategli una carezza e dite: questa è la carezza del Papa.” E tutti, nessuno escluso, ci sentimmo sfiorati da quella carezza, da quella mano illuminata dalla luce di una luna gigantesca nel cielo.

Abile sceneggiatore, il destino cominciò a tracciare un disegno, allineò le nostre vite come gli astri durante un’eclissi. Ci incontrammo il giorno dopo nello stesso bar, io tenevo tra le dita il solito pacchetto di sigarette, tu bevevi un caffè. Ti sorrisi, ricambiasti il sorriso.
«Scusa per ieri, quasi ci scontravamo. Andavo di fretta.»
Soffiasti sul caffè.
«Non fa niente.»
Eri una ragazza di appena vent’anni, i capelli tenuti da un cerchietto azzurro e le guance arrossate dal freddo, un vestito lungo a fiori e un cappotto di lana scura. Incontrarsi ogni mattina diventò una piacevole abitudine. Aprivo gli occhi e già aspettavo il momento che ti avrei rivisto, io e il mio pacchetto di Nazionali, tu e la tua tazzina di caffè. Mi lavavo in fretta e mi vestivo, uno schiaffo di dopobarba e un velo di brillantina tra i capelli, passi svelti lungo i vicoli del paese per arrivare prima e rubare qualche attimo in più al nostro incontro. Il destino ha fatto il resto. Non è stato difficile, è bastato lasciarsi andare, abbandonarsi agli eventi, come quando impari a nuotare e cerchi di opporti alla forza dell’acqua, e annaspi bracciate inutili e un gran movimento di mani. Non serve resistere, non serve agitarsi, è sufficiente chiudere gli occhi e galleggiare in un mare di piccoli segnali e occasioni che la vita ti offre. Briciole sparse sul sentiero, tasselli di un mosaico apparentemente caotico che nasconde un disegno già tratteggiato. Una mattina presi al volo il coraggio, accesi una sigaretta e ingoiai la paura.
«Verresti con me al cinema? Stasera danno “I soliti ignoti”, una commedia di Monicelli con Gassman e Mastroianni. Ci andiamo?»
Il film l’avevo già visto la sera prima, ma te lo chiesi lo stesso, non come semplice pretesto per uscire con te, piuttosto per il desiderio di condividere qualcosa che mi aveva colpito e divertito. Quel film l’avremmo rivisto insieme e avrebbe avuto un altro significato. Fu allora che mi colpì l’intuizione che ogni istante della mia esistenza, ogni attimo, tutto sarebbe stato diverso se diviso con te. Il pensiero mi attraversò il cervello come una pallottola, da una tempia all’altra. Ebbi la netta percezione che la mia vita avrebbe brillato di una luce talmente intensa da offuscare il sole e che noi, uniti, ci saremmo trasformati in un essere invincibile, un eroe mitologico capace di sfidare gli dei. Accettasti l’invito, anche tu cominciavi ad abbandonarti alla corrente di un oceano che avrebbe cullato e sostenuto il nostro destino. Nel buio del cinema allungasti la mano cercando la mia, poi il cuore impazzito e le dita intrecciate in un tocco caldo che da subito sancì il nostro appartenerci. Uscimmo dal cinema e ti baciai, labbra su labbra, la schiena contro un muro di sassi, le mani sui tuoi fianchi e uno spicchio di luna acceso nel cielo.

Tre anni dopo ci sposammo. Fiori gialli in chiesa e tu vestita di bianco. Un prete rugoso suggellò il nostro patto, una promessa sussurrata tra le labbra come chi racconta un segreto. Pochi soldi e tante speranze. Io lavoravo in cascina con la mia famiglia, foraggiavo gli animali e pulivo le stalle. Imparai a conoscere i ritmi della natura e l’orologio del tempo, ad alzarmi presto e a vivere nei campi con le scarpe bagnate di rugiada e la terra sotto le unghie. Anni di passione e coraggio, prendemmo in affitto un piccolo appartamento vicino alla stazione, una casa dai muri azzurri, una camera, un bagno e una cucina. Il nostro paradiso in terra. Attraversammo uniti l’epoca della ribellione e della musica punk, le prime radio indipendenti, il mito dell’America e dell’amore libero. Arrivarono gli anni feroci della contestazione e della lotta contro il potere, cortei e manganelli, giovinastri con l’eskimo che spacciavano ideologie all’ingrosso. Tutte voci che a noi giungevano in ritardo e in sordina, attutite dal silenzio dei campi e dai filari di pioppi che delimitavano la pianura. Quanta vita vissuta, giorni di luce e occasioni come semi gettati da un contadino fiducioso, sperando che attecchiscano nel terreno di un domani pieno di aspettative. Tu lavoravi come maestra elementare. Qualche supplenza e interminabili viaggi in treno. Partivi presto la mattina e rientravi a sera inoltrata, tra i capelli portavi l’odore di vagoni polverosi e solitudine. Ti abbracciavo, mi stringevi. Orgogliosa della tua professione, del tuo versare nozioni goccia su goccia a bagnare la lingua assetata di un gruppo di ragazzini vivaci. Avresti dato la vita per loro. Insegnare era la tua vocazione, da bambina mettevi le bambole sedute davanti a un foglio bianco e ripetevi una serie interminabile di tabelline. Ma la lezione più importante la insegnasti a me, io divenni l’allievo migliore, il tuo grande successo. Da te imparai che l’amore è un dare senza stancarsi, accettando i difetti e amando anche quelli. Col tempo compresi il significato di due parole che mai avrei immaginato sinonimi dell’amore. Pazienza e resistenza. La pazienza di accogliere i limiti cercando di superarli, la resistenza del combattente pronto a spargere il sangue per difendere la propria patria, in nome di un ideale altissimo. Da te imparai che l’amore è il miracolo più grande, un dare per ricevere molto di più, un dividere apparente che in realtà moltiplica la gioia. Strana banca quella dei sentimenti. Non ammette speculazioni o giochetti astuti, non accetta il risparmio, ma premia lo spreco e il dare folle di chi non si aspetta nulla in cambio. Tu la mia terra generosa, la mia radice e la mia linfa. Mi hai insegnato a tenere la porta spalancata e io duro a capirlo, cervello da contadino pragmatico, cinico e irriverente, malfidente e sfiduciato. Con te ho imparato a non fare baratti e a non cercare l’interesse personale. Con te ho imparato ad amare e a essere amato. Non è stato difficile, è bastato guardarti negli occhi e prenderti come esempio, è bastato restituire una minima parte di ciò che quotidianamente mi donavi.
Il tempo è un cavallo al galoppo, passarono i mesi e gli anni. Poi arrivò quella tosse leggera ogni giorno più persistente e fastidiosa, la prima radiografia e un’ombra inquietante sulla lastra grigia. Lunghi viaggi in città, accertamenti e visite in ospedale, un medico sudato come un’oliva che non riusciva a trovare le parole giuste per dirmi cosa covavo nel petto. “Adenocarcinoma al polmone destro”, era quello il nome del mostro che mi spezzava il fiato e pesava sul torace. Dopo anni di mani fortunate, scoprimmo insieme la carta nera che il destino aveva girato sul tavolo. Dalle nostre parti si racconta che la morte arrivi preceduta da un suono, un particolare sibilo simile a un oboe notturno che soffia alla luna. Canta l’infinito e quando lo senti è il momento di andare, di lasciare ogni cosa. E non hai altri futuri, e il presente si muta in passato. Sarebbe bello che qualcuno ti avvisasse prima, potresti chiudere i conti aperti, eliminare gli equivoci, chiedere scusa per l’ultima volta. Potresti abbracciare chi non vedrai più, toccare, annusare, asciugare le lacrime di chi ami e ingoiare il presente fino all’ultima briciola perché dopo non potrai più farlo e perderai le mani, le gambe, gli occhi e le orecchie. Perderai tutto, perderai la vita.

Richiudo gli occhi, sono stanco. Da dietro le palpebre intuisco le ombre, passi veloci in corridoio e la voce di un medico che si avvicina al letto per cercare di capire quanto tempo mi resta.
«Come sta?»
Domanda di rito, nemmeno ascolta la risposta. La tua mano stringe la mia. Hai giurato di essere pronta a lasciarmi andare, di essere preparata al distacco. Lo hai detto ingoiando saliva e lacrime, ma non si è mai pronti abbastanza. Pensi sempre che capiterà agli altri, che per te sarà soltanto un accadimento accessorio, qualcosa che succede e ti prende di striscio. Poi, quando te ne rendi conto, vorresti fermare il tempo e dire tutto ciò che non hai saputo dire, e fare tutto ciò che non hai saputo fare. Quanti rimorsi nello sguardo, quante parole nell’aria come brutti insetti neri. Non serve ingannarci, lo sappiamo entrambi che sentirai la mia assenza come il negativo maledetto di una presenza che non avrai più accanto a te. E ti domanderai il significato di tutto quell’improvviso dolore, di tutte quelle persone che verranno a trovarti solo per chiedere se hai bisogno di qualcosa. Gli amici vorranno prendersi cura di te, non glielo permetterai perché sei una donna forte che guarda in faccia la sfortuna. Non ci sarò, e penserai che nulla ha avuto senso, a parte l’esserci amati come bambini, con la purezza di una sorgente e il calore di un incendio. La vita ci ha donati l’uno all’altro, quella stessa vita pronta a separarci con la precisione di un bisturi che taglia un arto o di un colpo di vento che spegne una candela.
Stringimi la mano, le gambe pesano come pietre sotto il lenzuolo, il respiro stenta a uscire, è un cane affamato che raspa tra le costole. Immagino le mie guance scavate, il naso affilato e la fronte lucida. Ritornerò alla terra, madre della mia giovinezza, mio lavoro, mio pane. Sarò zolla arata, seme che muore e diventa radice. Stringimi la mano, resta con me ora che è arrivata la fine e l’oboe notturno sta intonando la sua canzone. La sento lontana, è una nenia antica che culla il pensiero, è il suono della tua voce che mi accompagna. È il tempo che finisce la sua corsa, il mio tempo con te, il nostro miracolo.

Quelli come noi si comprendono senza parlare, guardandosi da lontano e scrutando ogni ruga del volto. Quelli come noi possiedono valigie colme di macerie e sogni inenarrabili. Uno il riflesso dell’altro, accarezziamo l’idea di essere simili e non abbiamo bisogno di parole, perché il silenzio può sussurrare melodie segrete, perché un’isola può sfiorarne un’altra e farsi continente.

Guido Mazzolini

Indosso la tua pelle come un guanto
un saio e un uragano, corteccia breve
le mani che sorreggono la serpe del ventre
un desiderio di purezza e primavera
e il tuo sorriso ritto, umido
sulla mia bocca spalancata.

Guido Mazzolini