Archivio per la categoria ‘citazioni’

Sei l’acuto angolo di un gomito
l’incavo netto sulla tua guancia destra
il profilo di mosaico bizantino,
frulli dita affusolate
mentre ridi d’argento
e sei cattedrale di arcobaleni
oltre un temporale estivo.
Sfiori il mio fianco
salutandomi l’affanno
con schizzi vermigli di una tela spenta.
Striscio come una serpe
mi accomodo in te
per distrarre l’allegria
vestirmi del tuo odore
divenire strazio, il più recondito
dolore, la ruga nascosta
nella piega di un ginocchio.
Vorrei essere ferita che mai guarirà,
una lieve screpolatura
rossa di sangue rosso
sulle tue labbra sottili e maliziose.

Guido Mazzolini

Chiusi la telefonata, presi una bottiglia di vino e riempii un bicchiere. Ne assaporai lentamente il gusto acidulo, a occhi chiusi, seduto in poltrona. Patrizia era rientrata da poco. Come sempre mi raccontò gli avvenimenti della giornata. La osservai di striscio, era bella e inconsistente. Ascoltavo, ma la sua voce arrivava da lontano, era un suono smorzato che percepivo appena. Pensavo a Claudia e a ciò che il tempo aveva tentato di portarmi via, seppellendolo sotto tonnellate di normalità. Invano.

Guido Mazzolini

Scivoli calda sulla mia pianura
sei balsamo benefico, velluto
nelle rughe della pelle. Sei dolce
condanna al disamore, involucro
di gioia. Contenitore d’estasi,
disseta la mia terra penitente
come sorgente di gaiezza piena
e lascia disegnare le mie mani
un rivolo di latte sulla schiena.

Guido Mazzolini

Ti ho amato a modo mio, forse poco e forse male. È stato come porre un limite all’infinito, costruire una gabbia nel mezzo di un oceano senza confini. Avevi ragione tu. Amare poco e male è come non amare affatto.

(da ‘Il passo del gambero’ di Guido Mazzolini)

Scrivo per essere lontanamente vicino. A volte ho il sospetto che se non scrivessi, le cose non accadrebbero, o forse me ne accorgerei meno e vivrei più lontano, in superficie, accontentandomi di una realtà supina e un po’ triste. Perciò continuo a scavare, come il cercatore d’oro che non si arrende e non smette di filtrare acqua e sabbia nel setaccio, perché a volte nella melma riesce ancora a scorgere una pagliuzza gialla che brilla come il sole.

Guido Mazzolini

Molto profonda l’analisi di Filippo Fenara sulla poesia “Scapole”.

Da leggere subito!

( …non è un amore di poesia?)

Scavo a mani nude tra le scapole,
quei mozziconi d’ali sulla schiena
che ricordano la nostra genesi
di angeli caduti, strappati al cielo,
precipitati in un deserto arido.
Scavo e sei voragine che accoglie,
ricopre la mia carne, taglio di labbra,
il collo tra le pieghe del silenzio.
Apri le braccia, accogli il santo e il peccatore,
sono le rive opposte della mia anima.
Tu che possiedi il profumo della nascita,
e ti appartiene il frutto della gioia.

Guido Mazzolini

Amai davvero, forse per le prima volta, vivendo due tipologie di sentimenti così vicini e dissimili. Claudia era la carne, il fuoco che ogni mattina destava la mia pelle. Aprivo gli occhi e annusavo l’aria, percepivo il calore del suo corpo come piombo fuso. Desideravo averla, conquistarla come un continente ancora da scoprire. Ero il mozzo sulla tolda della nave, a bocca aperta, stupefatto perché il miraggio inseguito da sempre era divenuto realtà. Afferravo la stella vagabonda che attraversava il mio cielo, quell’energia che dava senso al mio tempo senza senso.
“Tu sei la persona giusta dei miei giorni sbagliati”. Le ripetevo spesso questo ritornello, spingendo un carrello in un supermercato oppure davanti al disco infuocato di un tramonto. Mi attraversava il pensiero e lo condividevo, le sussurravo la più genuina delle verità. Sorrideva e annuiva. Conosceva tutto di me, i deserti, le paure, quella follia a tratti sgradevole, la giostra della mente che mi portava a sfiorare le nuvole per trascinarmi subito dopo nel pessimismo più distruttivo. Sapeva quello che io da vigliacco preferivo ignorare e mi accettava per quello che ero, accoglieva il mio nulla trasformandolo in tutto. Col tempo era riuscita a cambiarmi. Lentamente, con dolcezza, trattandomi come i suoi vecchi dipinti. Con pazienza aveva tolto dalla mia pelle la patina del tempo e restituito il me stesso di una volta.

Un celeste divenire lo trovi qui

Strepitoso,

da leggere qui.

Accade che un giorno ti guardi allo specchio e non sei più tu. Osservi la fronte più ampia, il pozzo più scuro degli occhi, ti soffermi sull’intreccio sottile di rughe. Capisci di essere solo, non di esserlo diventato ma di esserlo stato da sempre. Si nasce e si muore soli, due eventi grandiosi con un unico protagonista e tra questi si evolve la vita che spesso è un monologo contraddittorio nel continuo tentativo di ovviare alla solitudine, un cercare di uscire da questa realtà intrinseca. Si tendono mani, si trovano occhi, si ascoltano voci, tutto per sentirsi meno perduti. L’errore più grande è voler mettere la propria felicità nelle mani di un altro. L’errore più grande è illudersi di non essere soli.

Guido Mazzolini