Archivio per la categoria ‘erotismo’

Ondeggi su me come un ricordo antico, un pensiero da nutrire per l’eternità. Arrivi all’improvviso, mi culli come un feto e mi riscaldi. Tutto sembra possibile, anche sciogliere il ghiaccio che da secoli ha incrostato la mia anima ibernata in una sicurezza gelida, come chi resta immobile ma respira tranquillo e sicuro, dormiente in uno sterile letargo. Arrivi all’improvviso e all’improvviso te ne vai senza un apparente motivo, nemmeno una scusa, mi squarci il petto nudo, mi baci e mi strappi il cuore.
Davvero questo rito primitivo, come primitivi possono essere i sentimenti e gli istinti, mi sconcerta e mi lascia attonito e stordito; davvero mi è sembrato possibile tutto questo, l’averti incontrato, sfiorato e condiviso, confidando in una pazienza che non hai, in quel sapere attendere e seguire i tempi sincopati del mio sentire, le aritmie della mia anima; così la ruota gira e noi come palle da biliardo rimbalziamo seguendo traiettorie definite ma incomprensibili.
La musica si strofina come un gatto sulla mia pelle chiara, si sdruce nelle mie ossa, le sbriciola ad una ad una per poi ricomporle; ascolto Chopin, “Notturno in si bemolle minore” e non ho bisogno di altro che quel sapore dolce-amaro già racchiuso in un romanticismo non di maniera ma realmente sentito nel sangue e nella pelle. Mi scivola sopra, mi scuote e mi penetra un brivido quando il senso del vero si palesa come autentico e quasi dogmatico, il modo maggiore che esplode e si inalbera, si erge serico con echi modali nei rapidi arpeggi che sembrano gocce lasciate cadere per caso. Profuma di amore e di alcove disfatte, di fumo e di fiori.
Rifletto su quanto doloroso possa essere il bisogno di un altro, la voce che urla incessante, la bestia che mi possiede, il demonio che strepita in me. Mi accorgo che la poesia è un po’come la vita, una mosca catturata in un bicchiere capovolto, che ronza e sbatte contro il vetro senza fermarsi mai.

Guido Mazzolini

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Anima e mente dovrebbero viaggiare in sincronia, ma in realtà parlano linguaggi differenti. Raziocinio e sentimento, cuore e cervello, stereotipi che la cultura ha infilato addosso alla medesima essenza. È più facile distinguere, pensare all’essere umano come una macchina complessa capace di ragionamento e di impulso. E collocare il primo nella scatola cranica, quella teca bianca d’ossa che ci sovrasta. E regalare il secondo al cuore, quella pompa gommosa nel centro del petto, leggermente inclinata verso sinistra. E in quel muscolo involontario abbiamo erroneamente destinato la casa di ciò che chiamiamo sentimento, il nostro sentire, il percepire e tutto quello che concerne il bisogno d’amore, di dare e ricevere gioia, il bisogno d’infinito, l’istinto di un’eternità che ci attende.
Immagino queste due facce collegate dal medesimo filo. Due piccole isole, ma immense. Circondate dallo stesso mare, acqua che genera vita, oceano di un silenzio buono che non crea assenza, ma al contrario riempie le orecchie di voci che in nessun altro modo potresti sentire. È il silenzio del nulla e della gola, il silenzio che riempie. È il silenzio di chi non conosce la paura.

Guido Mazzolini

Il ritratto di Dorian Gray mi teneva compagnia da qualche giorno. Amavo l’eroismo malinconico che traspariva dalle pagine e un po’ mi sentivo il personaggio del romanzo, decadente e magro, troppo bello, triste e fasullo. Anche la mia vera natura si trovava nascosta dove nessuno poteva vederla. Invecchiava nell’ombra e portava i segni di un annientamento celato, come un cadavere silenzioso. L’immagine che offrivo agli altri era quella di un uomo sereno, appagato dalla musica, dall’insegnamento, dal rapporto stabile con Patrizia, quell’amore senile nato già vecchio. Ma non ero io. La mia vera essenza appassiva in soffitta come il ritratto di Dorian. Fino a quel giorno avevo mascherato ciò che ero, nascondendolo nel buio e mostrando il lato di me più mansueto e infelice.

Il romanzo “Un celeste divenire” di Guido Mazzolini lo trovi qui

Mentre nasce il desiderio
esplicito che squilla
la luce d’alba all’orizzonte
invoca un tiepido stupore
come scintilla nella notte
di vita un bisogno rinnovato
e chiama sconosciute voci
nel trafugare rapido e sottile.
Io vesto la mia nave di colorate vele
con essa sfiderò tempeste
a petto nudo invincibili marosi
finché qualcuno sarà porto
e mi ripaghi di un approdo certo
che io possa narrargli
di terre sconosciute
di gigli e sangue,
cieli ed aquiloni.
Il canto mio non è che questa
commistione di segrete passioni,
di turbini violenti che innalzano
torri sbilenche su macerie d’oro
e mi divorano gli occhi
come un ricordo vivido.
La voce stride, si contorce
contraffatta dal bisogno
è di me l’ombra allungata,
la mano che rapina l’orizzonte.
Colorati arcobaleni
implodono una sola meraviglia
e tracciano la strada del ritorno,
perciò la mia parola
è chiodo acuminato
essa trafigge una colomba morta
è cibo che non sfama
ferma pozza d’acqua nel deserto
è un urlo di dolore e rabbia
un gemito notturno, lontanissimo
d’amore e di dolcezza.

Guido Mazzolini

Desidero di te.
Non affogare il mio respiro
strozzato dalle mani
in notti di passione, gambe svelte
e scelte geometrie di pelle.
Tu mi conosci e sai
di quel bisogno denso di parole
del necessario incedere di un verso
dell’ombra spenta di un diverso dio.
Devi lasciarti amare a modo mio.

Guido Mazzolini

Ogni parola scritta
incisa con rabbia
o appena accennata
impetuosa sfonda una finestra
di meraviglia, sogno
e supponenza al cielo
ma nello stesso istante
chiude come un malefico artificio
in terra un uscio spesso
sigillando sensazioni
che mai più sentirai
o nello stesso modo potrai narrare.
Questo è il dilemma grande:
se vivere stupiti come bimbi
lasciando scivolare ogni momento
oppure macerare
l’arguzia e il disincanto dell’anziano
annotando ogni respiro
su fogli di memoria immacolati
minuzie di meticoloso impegno
per smarrirlo poi nel già vissuto
nel ripetuto incedere del giorno.

(“Suoni”) di Guido Mazzolini

È bello averti qui, tu per me, in questa parentesi breve, in questo orizzonte contraffatto. E mi chiedo quale senso nascondano le mie mani appoggiate alle tue, il colore della pelle, i miei occhi e i tuoi occhiali sul naso, il mio essere assorto e quel sorriso smarrito. Dolci le nostre vite, piene di stracci, gonfie di esperienze che in fondo non ci riguardano davvero.

Guido Mazzolini