Archivio per la categoria ‘Guido Mazzolini’

Ricostruire, ripartire, rialzarsi da terra. Sì che si può, invece preferisci strisciare, recriminare, condannare, progettare strategie per uscirne illeso, per restare indenne. Perché quando finisce un amore non ci sono vincitori o eroi, ma soltanto vite interrotte, strade dissestate, torri che un giorno toccavano il cielo e ora sono crollate, spesso senza un motivo particolare. Facile lasciarsi andare ai rimorsi, oppure alle accuse, stabilire responsabilità, colpe, cercare nel passato il momento esatto dove tutto si è rotto, l’istante che ha decretato la fine. Sono storie interrotte bruscamente, ma spesso lasciate morire, soffocate dalla mancanza di ossigeno, come la fiamma messa sotto il bicchiere dell’abitudine. Facile arrendersi, alzare le mani, migrare verso climi più miti come fanno gli uccelli, volare dove il cibo abbonda e tutto sembra più semplice. Più difficile restare sul campo di battaglia, scavare fosse e seppellire cadaveri, in nome di quello che era e che oggi sembra non esserci più. Eppure basterebbe fare a meno dell’orgoglio, toglierci dagli occhi quell’istinto di prevaricare che ci porta a credere di avere sempre ragione. E ricominciare da lì, dal bisogno di esserci ancora, dal bisogno di aversi. La fragilità nasconde il seme di una forza grande, in Giappone, quando un vaso prezioso si rompe, rimettono insieme i cocci saldandoli con resina e oro mescolati, e il vaso ritorna integro e più bello di prima. Sì che si può, si che si può ricostruire un amore.

Guido Mazzolini

I neonati li osservano curiosi, tendono le mani per afferrarli e quando ci riescono li portano alla bocca. Piedi, appendici sconosciute, deliziose. Piante allungate, collo, tallone, la magia dei mignoli. Le nostre radici.
Gelidi nelle notti invernali, bollenti sulla sabbia di una spiaggia estiva. Piedi che sostengono il corpo, ultima frontiera della nostra pelle, bocche assetate che per ultime ricevono il sangue pompato dal cuore. Piedi ancorati al suolo, pronti a portarci nel mondo, rapidi e senza conoscere il pudore, curiosi di terre nuove da esplorare. Piedi che in coppia cercano la terra, il contatto con il suolo, così lontani dalle nuvole, distanti da quel cielo che noi viaggiatori di miraggi intuiamo come un remoto traguardo.
Piedi piccoli di bimbo che tirano un calcio a un pallone, oppure vissuti come vecchie radici, al cospetto di un presente che spaventa, pronti a camminare nel fuoco e a percorrere le ceneri dell’esistenza. Piedi che battono il pavimento, a tempo con la melodia di una canzone mandata a memoria, stretti su strade larghe, timorosi come un nemico nell’ombra o un cuore che percepisce ogni briciola di mondo. Piedi nomadi, navigatori di deserti e carovane, sempre in basso, pronti a scalciare come chi rimpiange il movimento e ancora cerca una destinazione parallela alla terra. Capaci di superare vallate e montagne, morbidi, bianchi come falene, oppure scuri di pelle e ossa, ruvidi e callosi per il troppo camminare.
Vissuti dal tempo, attraversati dal passato, piedi disposti a schiacciare un uomo per vantaggi meschini, piedi da lavare e baciare il giovedì santo. Piedi da solleticare, da camminatore o danzatrice. In tutti i casi piedi che per ultimi si addormenteranno alla vita rimpiangendo il tempo andato, l’ultimo brivido, l’ultima scossa di esistenza prima di lasciare questa terra.

Guido Mazzolini

In un clamoroso referendum, il 2 giugno del 1946, gli italiani scelsero la Repubblica affossando l’obsoleta Monarchia. Da quel giorno lontano, il percorso democratico della nostra Italia è stato difficile e pieno di insidie. Governi repubblicani di vari colori, teste pensanti da mettere in accordo, terrificanti compromessi storici e interessi personali, privati vantaggi e surreali alleanze. Siamo transitati allegramente dalla prima Repubblica alla seconda, abbiamo salutato i fasti della terza e della quarta. Repubbliche da numerare come classi di una scuola elementare, da misurare come taglie di reggiseno. Lontani i tempi della moderatezza ruffiana della Prima Repubblica, i tempi di Fanfani, di Craxi, del serafico Andreotti. Lontani pure i fasti della Seconda, che affossò democristiani e socialisti, i più anzianotti ricorderanno gli scandali e le tangenti, le toghe e gli imputati, i processi sommari e le condanne ad personam.
Repubbliche da fast food, da attricette e papponi, giullari e nani, storie che ben conosciamo e che si ripetono in ogni epoca. Dal “berlusconismo” raffinato e gigione, attraverso il “renzismo” egocentrico e circense, si è passati al “salvinismo” più ruspante e pratico, poi i pentastellati brevettati da un comico, i “Giuseppi” con e senza pochette e una sinistra sempre meno sinistra, fino al “draghismo” odierno e al “governo dei migliori” che fa già ridere così. E il popolo, che dovrebbe essere il vero proprietario della famosa “Res publica”, resta a guardare sperando in nuove pirotecniche sorprese.
Italia, serva, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello, come scrisse mirabilmente il Sommo Alighieri. Italia, patria di arte e cultura, stivale di un’Europa che troppo chiede e poco dà.
Mi auguro che i valori calpestati dai governi precedenti non vengano ulteriormente messi sotto i piedi, continuando a sventolare il feticcio del diritto individuale a scapito delle verità fondamentali. Mi auguro un Paese migliore, di tutti e per tutti, libero e sovrano, che metta l’uomo al centro e ne riconosca l’infinita dignità.
A tutti noi, buona repubblica.

Guido Mazzolini


Sei ora e invadi un sogno. Rimani,
come la nuvola in cielo, il marinaio sul pontile,
come il fiordaliso al campo e le mie labbra strette.
Sei come sorriso, pianto e voce. Ogni cosa
che hai di me – preso tra le tue braccia,
sacrificato come vittima, protetto, dissetato,
sciolto tra i capelli e nel respiro- risuona
come cetra al ramo, nelle melodie del vento.
Danzami come il quarto tempo di un bolero,
il piede sollevato e gli occhi dentro,
noi provvisori e intrisi di stupore.

Guido Mazzolini

Certi ricordi non hanno forma o spessore, eppure occupano gran parte della memoria in un ritornello di immagini. Non capisci quale sia il trucco e come riescano a trovare la via per arrivare alle labbra, per scendere in gola, insediarsi sotto la lingua e restare inattivi. Al principio non ci fai caso, succhi il sapore senza curarti degli effetti, poi semplicemente non puoi più farne a meno, un respiro alla volta cominci a percepire un battito di cuore più deciso. Brindi all’amore che non c’è più, quello scappato, evaporato, svanito a tal punto che ti attraversa il dubbio che non sia esistito. Dubbi più perfidi del dolore e dei rimpianti per aver ingoiato quello che sentivi nel petto, le parole che avresti dovuto dire e quelle che non hai trattenuto. Rivedi quel tempo e ne conti i minuti, i giorni, le notti. Tempi misurati a battiti di cuore, albe e tramonti vicini, le stesse parabole nei vostri pensieri.
Ora questo ritornare a quel punto ti taglia in due l’anima e ti restituisce un tempo così diverso da quegli oceani di gioia, da quei mattini cobalto e sconfinati. Difficile raccogliere le molliche lasciate sul terreno, è passato troppo tempo e gli uccelli le hanno portate via. Amore benedetto che non hai vissuto. Amore soffocato ancora piccolo, giovane e indecoroso, accudito dalle fate e ammazzato dalle streghe, ammainato come una bandiera. Un altro esercizio del ricordo che non puoi nemmeno sfiorare, eppure anche nel silenzio rimane un regalo, offerto da un luogo di luce che fu solo nostro, un essere grati per quel tanto che abbiamo avuto e che con noi è rimasto.

Guido Mazzolini

In un’altra vita ci siamo conosciuti da ragazzi, incontrati per caso in un punto qualsiasi della nostra adolescenza. Io e te giovani e ingenui, occhi grandi e jeans sdruciti, scarpe da ginnastica e risate. Felici, lo so, spudorati e ingordi, con la vita davanti, ma il destino ha permesso che il miracolo accadesse troppo tardi, in un tempo sbagliato che ha visto spegnerci come una stella che muore.
In un’altra vita ci siamo capiti all’istante, intuiti in un battito di ciglia, in un duello di sguardi. Io per te, tu per me. Non abbiamo faticato a sincronizzare i desideri, a far seguire l’incontro e a trasformarlo in verità meravigliosa. Tutto è stato facile, spontaneo come gettarsi nell’acqua di un fiume e seguirne la corrente, lasciando fare alla natura e all’istinto che da sempre unisce le anime.
In un’altra vita mi hai presentato i tuoi genitori, tuo padre mi ha guardato storto, soppesando il mio essere straniero, tua madre invece ha sorriso con dolcezza, perché le sono bastati i tuoi occhi per capire che tutto era già successo nei nostri sogni.
In un’altra vita ci siamo sposati in una chiesa di campagna, mio padre ha pianto mentre il tuo è rimasto serio. Abbiamo avuto figli, un gatto, un cane e una casa piena di noi, oppure un altro destino, ma in ogni futuro siamo rimasti una di quelle coppie rare che sfidano il tempo e crescono insieme, e nemmeno ci fanno caso.
In un’altra vita abbiamo diviso il pane quotidiano, il sudore, la fatica, la gioia e le lacrime, sperimentando il prodigio di vedersi, incontrarsi, scoprire che esistono sentimenti invincibili che sfidano il tempo, perché nessuno comprende la profondità dell’oceano se prima non si è tuffato trattenendo il fiato e intuendone l’abisso.
In un’altra vita siamo invecchiati appoggiati, adesi, acciaccati e contorti come ulivi, attraversati da noi, ma con la certezza di appartenersi al di là del mondo, al di là tempo.
Certe coincidenze sono uniche come i desideri che si avverano. Certi destini non sono per tutti e accadono soltanto nei sogni, oppure in un’altra vita.

Guido Mazzolini

Difficile parlare di noi, di te, di un sentimento finito, sfiorito, ammazzato. Ci penso e non riesco a trovare un motivo, una logica ferrea che possa spiegare quello che è successo, che giustifichi il disordine o la resa. Riesco soltanto a pensare a un cumulo di macerie, a qualcosa rimasto dopo un crollo strutturale, uno sgretolamento nato dal lasciare andare le cose, come se non ci fosse altra soluzione.
Al diavolo tutto, fanculo alla gioia, fanculo anche a noi. Abbiamo camminato insieme, piccoli passi e tratti di strada percorsi a velocità diverse. Quando io ambivo alla corsa tu rallentavi, oppure eri tu a tentare un volo e io avevo paura del cielo. Si è spesso asincroni, lo so, è difficile per due cuori battere lo stesso ritmo, credo dipenda dalla diversità di ognuno, anche se questa alterità andrebbe amalgamata, compresa, accettata e risolta.
Scavi una buca, infili un seme e non ci pensi più, lasci che le stagioni lavorino per te, che il tempo operi da contadino esperto. E qualcosa nasce, una pianta strana, contorta, difficile, complicata come le nostre vite e le mille sbarre che ci siamo costruiti attorno. Ma la natura continua la sua corsa, o forse si tratta del destino, e la pianta cresce, chiede acqua, luce, e profuma di buono e libertà.
Credo che ognuno abbia il dovere di essere felice. Non il diritto, il dovere. Esistere significa ambire alla felicità, riconoscersi in un percorso accidentato ma carico di bene e occasioni di gioia. Spesso crediamo che la vita ci condanni alla mediocrità, ma siamo noi i carnefici, siamo noi che preferiamo vivere a livello del suolo piuttosto che spiccare il volo e assaggiare la dolcezza del cielo. Così creiamo alibi, scuse, giustificazioni, e in fondo ci piace stare dove siamo, isolati dalla felicità ma compresi da un pensiero sociale che ci sostiene. Preferiamo i ruoli stabiliti dagli altri, quelli che recitiamo da anni, approvati da chi ci sta intorno. Amiamo le maschere che danno sicurezza e ci fanno sentire persone brave. Siamo codardi, temiamo lo scandalo e il volo nell’immensità.
Ci sono amori che accadono una sola volta nella vita e non sono per tutti. Sono sentimenti che ti mettono davanti alla metà di te, a quello che manca per sentirti completo. Cammini dimezzato su questa terra e quando incontri quel tipo di amore rischi di perdere la testa. Non è per tutti una simile benedizione. Ciò che pensavi impossibile diventa realtà, in tutta la sua bellezza e follia, sfolgorante come una gioia liquida e intensa che pensavi appartenere agli dei. Sono amori talmente sfavillanti e cominci a rimpiangere tutto il tempo perduto, quello che avresti potuto fare e ciò che avrebbe potuto essere, se soltanto il destino avesse giocato prima le sue carte.
Certi amori non sono per tutti e non tutti li meritano, così preferisci mettere da parte la fortuna e restare in attesa. Getti l’ancora in una palude morta e ammaini le vele. Lo sai bene che il momento giusto è situato in quel presente che ti permetti di accantonare mentre collochi la tua gioia dietro le esigenze degli altri, perché tanto hai tutta la vita davanti e per ora la felicità è soltanto rimandata.
Ecco che il seme interrato diventa germoglio e pianta, ma tu gli impedisci di crescere, di bucare il cielo, di diventare casa per gli uccelli. Ti accontenti di uno stupido bonsai, curato e artificiale. Potresti avere una quercia rigogliosa e ti godi una ridicola piantina, nel vaso appoggiato sulla mensola in salotto. Ogni tanto le dai un po’ d’acqua e giorno dopo giorno accorci rami, tagli radici, leghi la pianta per farla crescere piccola e storta.
La quercia, il bonsai. Ciò che doveva essere, ciò che sarebbe stato.
Non penso più ai nostri giorni distanti, a quel tempo centellinato nel nulla, alle proiezioni di un futuro che mai sarebbe arrivato. Ho chiuso la porta ai sentimenti che diventano tossici quando non sbocciano. Preferisco metterli da parte, stringerli in un angolo e infilarli in un cassetto. Sotterrarli, prima che loro facciano lo stesso con me.

Guido Mazzolini

Trovato ora sulla pagina FB dell’autore. Che dire…per me è un testo da urlo. Godetelo.

Paola

Noi popolo e umanità, fratelli e sorelle in questo brancolare oscuro alla ricerca della felicità, a mani tese, afferrando scampoli di gioia e briciole cadute per terra, come i cani sotto al tavolo.
La desideriamo, è un istinto potente e inderogabile. Tutti cerchiamo la stessa cosa e ci accontentiamo di soluzioni posticce, palliativi che spengono la sete e addormentano la voglia di luce che ci pervade, ma solo per un istante.
Siamo fatti così, tentiamo goffi saltelli per acciuffare una stella, voli mediocri e senza ali nutrendoci di entusiasmi, incendi luminosi e subito spenti.
In questo giorno speciale la meta è la stessa, sia per chi crede in Dio che per chi non crede più o non ha mai creduto. Cambiare strada, rinascere donne e uomini nuovi, scegliere bene e scegliere adesso, gettare l’uomo vecchio per scoprire la novità che abita in noi.
In una parola, risorgere.
Ecco, credo che sia questo l’augurio migliore. Alla vita si nasce una volta sola ed è per sempre, ma vivere comporta innumerevoli rinascite, quotidiane risurrezioni che sotterrano l’uomo di ieri per generarne uno nuovo, in un fulgore che spegne lo strepitio del mondo.
A noi il compito di scegliere il meglio e seguire la strada giusta, non è mai facile, ci vuole consapevolezza, astuzia e purezza versate in uguale misura.
A me e alle mie note dissonanti.
A mia madre e al suo sguardo che si smarrisce, alle sue rughe e alle mani bellissime.
A mio padre e al suo posto vuoto, impossibile da riempire. Lui che ora vive per sempre e nella gioia contempla quello che io, con modesti voli di pensiero, riesco appena ad intuire.
A tutti voi, a tutti noi. Buona santa Pasqua. Gioia, Luce e Risurrezione.

Guido Mazzolini

E aggiungiamo pure i nostri, tanti cari auguri di buona Pasqua a tutti gli amici!

Elena e Paola.

Un viaggio che già presuppone l’arrivo è un tragitto breve e poco stimolante. Il vero viaggio è quello che suscita interrogativi e spinge verso l’ignoto, amplificando la domande e lasciandole fiorire in noi. E sono nulla le risposte, soltanto provvisori cerotti che posizioniamo nel tentativo di tamponare una ferita. È ingenuo cercare di mettere ordine creando simmetrie riconoscibili, più desideriamo l’ordine e più creiamo panorami sterili e imperfetti. Ingannati dal bisogno d’intervenire e programmare, dimenticando che la vita respira da sé e nulla valicherà questa certezza. Quando lasciamo posto all’imprevisto cominciano a fluire deliziose novità nella nostra esistenza, meravigliose opportunità così simili al miracolo.

Guido Mazzolini

Non posso gioire per la morte di un uomo,
quel corpo riverso, straziato dai colpi
di un giudizio precario e feroce,
quel viso di sangue, le mani forate,
sdraiato, gettato nel fuoco come povero straccio
le orbite vuote di luce che ancora domandano
un solo silenzio bagnato di pena,
è un povero figlio
un volto ingiuriato da un altro,
è bocca socchiusa nel rantolo
che ora racconta un giudizio severo.
Non posso gioire per la morte di un uomo,
egli è una canna spezzata di rabbia
un sibilo muto di vento,
è un grido smembrato il suo corpo
brandelli di carne, fossa di terra
dove hanno infilato le mani
ghignanti aguzzini vestiti di nero
che cambiano forma e divisa,
fantocci di stupide guerre
prevenzione di odio futuro.
Non posso gioire per la morte di un uomo
di un despota sanguinario e rapace
o un santo di luce e dolcezza,
la folla è una bestia perversa
esulta sul sangue versato
si bagna le labbra e le zanne appuntite
danzando su tristi macerie.
Lontano s’addensa il tramonto
e tutto si copre di nubi.
Egli è soltanto una foglia strappata dal ramo
un triste fantoccio sbilenco,
è un Cristo martoriato e trafitto
un interrotto domani,
così mi appartiene quel sangue versato
nero e aggrumato di polvere
quel petto squarciato dall’odio,
lo sento già mio quel grido che innalza
e invoca giustizia al grigio livore del cielo.

Guido Mazzolini