Archivio per la categoria ‘Guido Mazzolini’

Parlo a te come una danza
a piedi nudi sui cocci acuminati della vita
come pazzo che si strema
per l’ombra di un sorriso luminoso
parlo a te come una danza
come fuoco acceso
al grido di un tiranno antico
l’urlo dal pulpito di un Savonarola cieco
parlo a te come una danza
come nuvola di pioggia
canna sbattuta dal vento
un ragno sulla tela o rondine caduta
parlo a te come una danza
agitando braccia e vele di pensieri
come legno bianco in balia delle correnti
soltanto un urlo muto udrai
nelle malinconie cercate
nelle pietrose sere
quando la campana del ricordo
squillerà rintocchi di pensieri.

(L’Attimo e l’Essenza di Guido Mazzolini)

Un racconto d’amore e follia.

Quel che sai dell’amore è un goffo tentativo di definire l’indefinibile, di circoscrivere un infinito panorama nell’arco di un solo abbraccio. Tutti ne parlano, tutti ne hanno avuto esperienza. Siamo individui capaci d’amore, e a modo nostro lo abbiamo manipolato, trasformandolo in goccia, fiume, oceano, acquitrino. Un amore in grado di muovere energie nascoste, un amore destinato al bene, alla luce e alla gioia, disposto a liberarci dalla prigione di un ego che ci lega a questa terra per arrivare al cielo.
Quel che sai dell’amore lo impari vivendo, sbagliando, ascoltando, soffrendo. Quel che sai dell’amore lo impari amando.

Guido Mazzolini

Buon San Valentino!

Elena & Paola

È difficile conservare un ricordo senza sporcarlo con supposizioni irreali. È difficile pensare al passato senza lo sguardo limpido del presente che ingrandisce i particolari e ne svela imprecisioni e rughe. Ti avvolgi nella spirale delle ipotesi pensando a quello che non è stato, credendolo possibile perché non realizzato. E ti domandi dove vadano a morire i sogni finiti, le voglie calpestate e gettate via, ciò che hai voluto con tutta la tua forza e non hai avuto. Quanti indirizzi perduti, parole, strade percorse. Quante mani serrate, quanti posti vuoti, e sensazioni e ipotesi. Quante speranze, quanti ricordi che abitano nel silenzio come ragni in un buco, nel rimpianto di una nostalgia assassina che a lungo andare uccide la gioia di vivere. Pensieri che arrivano quando meno te l’aspetti e ti montano addosso. E soffiano, e mordono. Cani rabbiosi che ti raspano il petto. Sempre strana la vita. Si girano pagine, si mutano sogni.

Guido Mazzolini

In fondo averti addosso in una notte romana era l’unica cosa giusta in quel periodo di tempo di quel periodo di vita, così quando ti accorgi che hai cambiato indirizzo al pensiero, allora ti chiedi in quale stazione andrai a prendere le prossime valigie, e dove sarà diretto il tuo viaggio. In ogni caso eravamo nostri, nessuno può portarcelo via, e non sarebbe bastato il cielo a coprirci, quando ancora non potevamo distinguere dove finivi tu e dove iniziavo io. Allora fai buon viaggio, sei la mia vergine zoppa e ho cantato di te in mille poesie, sei stata presente negli occhi e nelle pagine dei miei libri, ma ora è arrivato il momento di metterci un punto, e di metterti via. Ho già troppi scheletri, e sempre meno armadi.

Guido Mazzolini

Guardare più in là, guardare oltre. Difficile evitare le apparenze, percepire cosa si cela dietro gli sguardi delle persone. Meglio sorvolare al limite della prima impressione e accontentarsi dell’occhiata distratta, del passaggio di un parere che nemmeno scalfisce la superficie. Usciamo dalle nostre case e incontriamo altri noi, esistenze che ci raggiungono e colpiscono di striscio. Altre mani, altri sguardi. Marciapiedi di città e stagioni che cambiano colore al cielo. E quante vite come foglie che stormiscono al vento. Potessimo leggere oltre la pelle di chi ci cammina accanto, scopriremmo universi di pensieri, esistenze e storie inconfondibili. Gente che nasce e che muore, un ricambio continuo di mani e di piedi a calpestare la terra.
L’umanità si rinnova in una milonga senza fine e tutti ne facciamo parte, sfrenati danzatori che attendono un domani arreso. Certe esistenze sono tempeste di sfortuna, accadono alle nostre spalle e quando ne veniamo a conoscenza riempiono i pensieri. Sono eventi, disastri, un accanirsi di guai e battaglie senza fine. Persone che combattono a denti stretti, serrando i pugni, pronte a difendere quel poco che gli è stato concesso. Esistenze di seconda mano, vite che marciano su binari arrugginiti e sferragliano malinconie. Poteva andare meglio. Per loro, forse, la gioia è un paese troppo lontano. Oppure la serenità va conquistata senza guardarsi in faccia e non tutti se la meritano. C’è chi s’impegna poco e alla fine guadagna soltanto lacrime e sfortune. Osserviamo queste esistenze ammalate e un po’ ci rincuoriamo. La disgrazia, quando non ci riguarda in prima persona, è pura catarsi. Accade davanti ai nostri occhi, ma è una sciagura che succede ad altri, facile da schivare. Ringraziamo la sorte, alziamo le spalle e tiriamo il fiato. Il nostro giro è stato più fortunato.
Meglio deliziarsi al pensiero di possedere una circoscritta serenità. Abbiamo tutto quello che serve e pure qualcosa in più, affondiamo in paludi di oggetti e desideri che non servono realmente, eppure appartengono alle nostre vite e noi apparteniamo a loro. Nati nella metà fortunata del mondo, soddisfatti di quello che abbiamo, infelici di quello che siamo. Eppure basterebbe uno sguardo più aperto, una mano più calda. Basterebbe riconoscersi e pensare che nell’oceano della vita navighiamo tutti sulla medesima barca. E tutti meritiamo un viaggio, accumunati dalla stessa rotta. Nuvole difformi, ognuna della stessa consistenza. Marinai più o meno capaci, più o meno fortunati, in balia di venti generosi e sospinti dal moto delle stelle.

Guido Mazzolini

Tutto accade per caso. Facile pensarlo. L’idea porta un immediato beneficio, perché ci convince che ogni cosa che succede non sia frutto di un disegno. Anche la più infima tristezza, anche la disgrazia più nera. E se non fosse così? Se tutto nascesse da un apparente ammassarsi caotico di eventi e occasioni, che in realtà sottende un progetto preciso? Non è forse questo il senso della vita, cercare di dare un ordine al disordine?
Agiamo in automatico, come il respiro, l’istinto primordiale che ordina ai polmoni di riempirsi d’aria. Si apre la gabbia delle costole e il petto si gonfia. Non dipende da una nostra volontà, c’è una coscienza nascosta che governa il respiro, e guida il volteggiare dell’esistenza.
Viviamo senza vivere davvero, pensiamo senza pensare, guardiamo senza guardare. Gli automatismi della vita ci portano a essere animali sociali e inconsapevoli.

Guido Mazzolini

e, a proposito…buona domenica!

La colpa è dei poeti,
di profumate nostalgie vendute a caro prezzo,
iperboli, zeugmi, chiasmi, anafore
e marchingegni raffinati per chiudere il pensiero,
sigillarlo dentro sillabe contate
numerando accenti e sentimenti
mai nello stesso posto, sempre altrove
additando mete irraggiungibili,
metriche ermetiche, addossati paradossi
e basterebbe non pensare
sillabare il mantra del respiro:
“Vita inenarrabile,
meravigliosa Vita.”

Guido Mazzolini

Esserci è la cosa migliore, essere presente sempre e non solo metaforicamente. Quando hai cura di qualcuno devi vivere nelle azioni e nella realtà, perché non possono bastare i pensieri. Non si ama da lontano, non é possibile, sarebbe un insulto all’essenza stessa della comunione tra le persone. Se lo fai è un errore, un gioco inconsistente, una strategia che non paga. In fondo, se ci pensi, esserci significa amare.

Guido Mazzolini


23 anni fa, l’11 gennaio del 1999, moriva Fabrizio De André.
Una breve analisi di questa figura artistica rivoluzionaria e inimitabile.

Non si può parlare di canzone italiana senza citare Fabrizio De André. Sarebbe un errore, un’omissione colpevole che priverebbe il cantautorato di uno dei suoi maggiori capisaldi e di una colonna che sostenne la poetica di quella “canzone d’autore” che si sviluppò dal 1970 fino alla fine del secolo, e che vide in De André uno dei maggiori maestri. Con il termine “canzone d’autore” si definisce una forma d’arte che invoca l’esistenza di un “autore”, in assoluto inteso come creatore. La canzone d’autore non considera il testo un semplice fenomeno di consumo, ma un canale privilegiato di comunicazione in grado di veicolare messaggi. Dalle sue origini politiche al passaggio a fenomeno di mercato, negli anni ’80 la canzone d’autore abbandonò i temi di rilievo sociale per occuparsi degli aspetti più intimi dell’uomo e contemporaneamente si arricchì di forme e risorse musicali. Dalla politica all’anima, è questo il percorso implodente della canzone d’autore, e anche De André seguì questa direzione “ostinata e contraria”. Le sue radici sono molteplici, da quella scuola straniera che passa da Bob Dylan e Leonard Cohen, approdando poi agli stilemi francesi degli “chansonnier” (Georges Brassens, ma non solo). Radici che hanno sostenuto la lunga carriera di De André, troppo presto interrotta da una malattia che ha privato il mondo della sua voce suggestiva. Come cantautore è stato il primo a sporcare le atmosfere gioiose e rosa della “canzonetta” italiana, scrivendo ballate intrise di realismo e pessimismo, pregne di emarginazione e derelitti, di quelle anime perse e salvate nelle quali De André si è sempre riconosciuto. La sua poetica è ispirata alle ballate medievali, spazia dall'”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Master ai Vangeli apocrifi, da Baudelaire alla tradizione sarda e alla filmografia di Fellini. Argomenti che hanno seguito in parallelo un’evoluzione mai piegata alle facili mode del momento e ai compromessi. Il linguaggio di De André è quello di un poeta fuori dal coro, una voce malinconica e sincera che insegue la forza splendente e dissacrante dell’ironia e attraverso di essa frantuma ogni convenzione. De André detesta i benpensanti, i farisei, gli ipocriti e i cialtroni, figure metastoriche che attraversano ogni tempo. Il suo è un messaggio luminoso di riscatto, in nome di quella libertà di pensiero che indossa nelle canzoni, come un vestito ormai diventato fuori moda. Difficile spiegare tutto questo alle generazioni di oggi, troppo presto date in pasto a una musica che è soprattutto mercato, glitter, trap e paillettes. Meglio allora lasciar parlare la musica di Fabrizio, la sua voce vellutata e inimitabile. Ascoltatelo, in fondo non serve altro.

Guido Mazzolini