Archivio per la categoria ‘racconti’

Ne abbiamo paura. Fingiamo di non pensarci, accantoniamo l’idea come un frutto avariato in una cesta. Lo mettiamo da parte per non pensarci, lo nascondiamo con emozioni di ogni genere, sensazioni più o meno forti che impregnano il nostro quotidiano.
Il pensiero della morte è il grande assente di questo tempo affrettato, nessuno ne parla, è l’ospite indesiderato, quello che nessuno vorrebbe seduto alla propria tavola. Ma a volte bussa alla porta, chiede di entrare. È una voce fuori dalla finestra. Succede all’improvviso, una notizia al telegiornale oppure l’automobile che sbanda. E ci pensi, e te ne accorgi. Perché che ti piaccia o no siamo circondati dalla morte. Guerre, violenze, la parte bestiale dell’uomo che prende il sopravvento. E se non bastasse c’è la natura a fare il suo dovere. È la conclusione della vita di tutti, la chiamano morte naturale e suona come un ossimoro. È una cosa che stride nella nostra vita e interroga la coscienza.

Guido Mazzolini

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Anima e mente dovrebbero viaggiare in sincronia, ma in realtà parlano linguaggi differenti. Raziocinio e sentimento, cuore e cervello, stereotipi che la cultura ha infilato addosso alla medesima essenza. È più facile distinguere, pensare all’essere umano come una macchina complessa capace di ragionamento e di impulso. E collocare il primo nella scatola cranica, quella teca bianca d’ossa che ci sovrasta. E regalare il secondo al cuore, quella pompa gommosa nel centro del petto, leggermente inclinata verso sinistra. E in quel muscolo involontario abbiamo erroneamente destinato la casa di ciò che chiamiamo sentimento, il nostro sentire, il percepire e tutto quello che concerne il bisogno d’amore, di dare e ricevere gioia, il bisogno d’infinito, l’istinto di un’eternità che ci attende.
Immagino queste due facce collegate dal medesimo filo. Due piccole isole, ma immense. Circondate dallo stesso mare, acqua che genera vita, oceano di un silenzio buono che non crea assenza, ma al contrario riempie le orecchie di voci che in nessun altro modo potresti sentire. È il silenzio del nulla e della gola, il silenzio che riempie. È il silenzio di chi non conosce la paura.

Guido Mazzolini

…..Meraviglioso Guido Mazzolini

-Uomo di pianura-

Sono nato di pianura senza chiederlo, respirando il cielo e calpestando il suolo. La mia terra è una spianata uniforme di campi distesi e mozziconi di case, paesi e città che interrompono l’orizzonte, campanili di mattoni e cascine. La nebbia mi avvolge e ogni inverno tutto diventa più incerto. Riesco a intuire il profilo delle cose, mi sento parte di un mondo di pane e cotone. Un po’ di quel grigio mi entra negli occhi e quasi non rimpiango più il sole. Vicoli e strade, braccia e andature padane che ondeggiano. Occhi e passi svelti, spalle grandi di agricoltori, unghie scure di terra e sguardi fondi, abituati a scrutare il cielo prevedendo pioggia. Volti lombardi, carichi di storia e generazioni piovute dal cuore dell’Europa, infilate in questo dito di penisola che s’insinua nel mare. Espressioni di un passato che aderisce al volto come un marchio. Sono le mie radici, cromosomi persi nella notte del tempo che hanno generato le mie cellule e tutto ciò che sono.
Siamo tutti fratelli di una sconfinata umanità, e ci appartiene la medesima patria, ma in fondo abitiamo case diverse, ognuna con le proprie abitudini. Diversi usi, costumi, dialetti, cadenze nella voce. Il mio essere lombardo ha radici antiche e camune, di golasecca, galli e romani, barbari ostrogoti e longobardi. Quanti popoli e passi stranieri, voci e sguardi di confine. Immagino i loro respiri disperdersi nel freddo della notte, i fuochi dell’inverno, e capanne e pietre. E nel mio sangue scorre un po’ del loro, piccoli rivoli stranieri che si mischiano e generano il mio presente, il mio respiro, le mie ossa.

Scrivere, esprimere. In fondo è davvero così, la verità è nulla senza la possibilità di raccontarla. La bellezza, il tempo che passa, le rughe delle vita sarebbero niente se non venissero espresse. “Exprimere”, spremere, tirare fuori. Come si fa col dentifricio, con un’idea o una sensazione accennata. Come si fa con un rimorso, un pensiero, un desiderio, un’ipotesi. E quanto ancora da spremere, quante parole che affollano l’aria come farfalle trasparenti.

Guido Mazzolini

Possiamo salvarci. È l’ascesi la chiave per uscire da questa logica post-moderna che condanna l’uomo a essere un patetico mulo attaccato alla soma del bisogno. Il desiderio di mondo e di terra ci inchioda a razzolare nel fango, dimenticando che il cielo è sopra di noi. Così ci accontentiamo di avere certezze che diventano presto domande inespresse. Siamo privi di una visione che potrebbe portarci a desiderare l’impossibile. L’edonismo assoluto chiama alla negazione dell’altro nel nome esclusivo del sé, abituandoci all’esercizio del cinismo e del dubbio, non come portatore di ricerca, ma come immobile frontiera invalicabile che ci priva della possibilità di trovare una risposta dentro noi stessi. Il limite ci pone davanti al Mistero. Fra le innumerevoli smanie di assolutismo, abbiamo smesso di cercare l’Assoluto.

Guido Mazzolini

Ancora una volta faccio mie queste riflessioni, e auguro a tutti Voi un BUON NATALE!!!!!!!

C’è il Natale del mondo, quello fatto di luci e panettoni, quello dei buoni sentimenti confezionati ad arte e dei regali sotto l’albero, il Natale di un vecchio ciccione vestito di rosso e di una slitta trainata dalle renne. C’è il Natale delle corse e rincorse agli sconti e alle buone occasioni, il Natale dei centri commerciali, della televisione e del “A Natale puoi…”. Il Natale dei “Jingle bells”, delle abbuffate e della neve di polistirolo.
C’è il Natale del multiculturalismo imbecille che vorrebbe togliere di mezzo il presepio, Gesù bambino e il significato stesso di ciò che si vuole festeggiare. È il Natale buonista che in nome del rispetto non rispetta il vero protagonista, e si pensa a un’accoglienza ipocrita, a un compleanno senza il festeggiato.
C’è il Natale di chi non ne vedrà un altro, e penso al mio e all’ultimo di mio padre, ai suoi occhi che già guardavano oltre, ai nostri volti tristi, alle sue mani arrese. E quanta verità nei suoi ultimi giorni, quanta Vita in quella morte.
Tutti i nostri Natali, e ogni Natale che ancora verrà. Il Natale che abbiamo sognato, sperato, atteso, voluto. Il Natale che ogni anno sembra splendere un po’ meno.
Poi c’è il Natale di 2018 anni fa, quando a Betlemme il Verbo si fece carne, e Dio si vestì dei poveri panni degli uomini, dalla fragilità di un bambino alla morte di un condannato alla croce. Perché, meglio non dimenticarlo, il Natale è l’evento che ha cambiato la storia dell’umanità. È la festa della cristianità, e si festeggia la nascita di Dio fatto uomo, l’incarnazione del Tutto nel nulla. Nient’altro. Il resto sono inutili accessori, piacevoli, folcloristici, ma niente di più.
A te, a me, a noi. Qualunque sia il nostro Natale.
Tanti auguri.

Abbandonare è facile. È veloce e indolore, un istinto sottile che risiede nel fondo dell’anima, abita l’angolo più buio, quello indipendente dalla coscienza. Si abbandona ciò che non serve più, per noia o per difetto. Si abbandona quello che reputiamo inutile e lo facciamo senza pensarci troppo, con un’alzata di spalle e lo sguardo che cambia direzione e scivola verso panorami nuovi. Nuove sensazioni e stimoli, in fretta si abbandonano idee considerate antiche, pensando che il nuovo sia sempre meglio. È l’epoca del giovanilismo a oltranza, oggi conta la performance e la forma, interessa lo sforzo breve e intenso. È l’epoca del minimo rendimento, e vogliamo tutto e lo vogliamo subito. È l’inganno del “qui e ora”, di un presente sempre pronto ad accogliere un futuro troppo remoto e a dare un calcio al passato. E si butta ciò che è vecchio, ideali e persone.
Siamo disposti a tutto, anche ad abbandonare noi stessi, a gettare via l’uomo di ieri in attesa di un altro migliore che dovrebbe arrivare domani. E che mai arriverà.

Guido Mazzolini