Archivio per la categoria ‘racconti’

Che cos’è verità? Da sempre l’uomo si è posto questa fatidica domanda, la stessa che – come raccontato nei Vangeli – Pilato rivolse a Gesù prima della condanna a morte. Questa domanda è metastorica e permea l’intera evoluzione dell’uomo, dall’origine fino a oggi. L’arte in generale è la rappresentazione costante di una ricerca della verità, tesa verso valori e significati assoluti che esulino da una mediocrità terrena, limitata nel tempo e nello spazio. Che cos’è verità? Tra le molteplici risposte abbiamo confezionato dei comodi alibi per giustificare la nostra incapacità di trovare una verità assoluta, legata a valori universali. E si dice perciò che la verità non esiste. La nostra incapacità è generata dal fatto che spesso ci accontentiamo di risposte confezionate ad arte e le indossiamo come un abito stretto, deformandole e rendendole “comode” e adatte a noi. Ecco che diventa vero ciò che ritengo essere vero, in base alla mia esperienza o scelta. La mia verità è diversa dalla tua, e spesso è in concorrenza con altre verità. Piccole conclusioni che ergiamo a valore assoluto della nostra vita. È un relativismo legato a punti di vista opinabili e variegati, a considerazioni personali o, peggio, a ricette preparate da altri che facciamo nostre. E quante verità consegnate dalla storia, e subito dimenticate. Quanti miti di progresso che col pretesto di rendere l’uomo libero lo hanno ridotto a un povero animale da soma, utile solo perché produce e consuma. Quid est veritas? Dopo aver rivolto la domanda, Pilato se ne andò, senza nemmeno attendere una risposta. Anche noi ci accontentiamo di una domanda lasciata svanire nel vento. Difficile riconoscere la verità nello sguardo di un condannato a morte, nella figura di un uomo destinato alla croce e al martirio. Eppure Pilato aveva davanti a sé la risposta, la verità fatta persona e divenuta carne e sangue. La verità calpestata dagli uomini fino alla morte. La verità che avrebbe portato una luce nel mondo, destinata a non spegnersi.

Guido Mazzolini

Suona anacronistico e surreale parlare di violenza contro le donne oggi, nel 2021, in un Europa che quotidianamente inneggia al modernismo e al rispetto del diritto. La nostra non è una civiltà di bruti, governati da bercianti santoni vestiti di nero che considerano sacrosanta l’inferiorità della donna. Siamo Italiani, orgogliosamente Europei, nati nella culla di un bel paese uscito ormai da tempo da un medioevo oscuro. Ma è un errore sentirsi al sicuro, al riparo da quel pensiero subdolo e antico che considera la donna sottomessa e silenziosa. Quotidianamente assistiamo a notizie che dimostrano il contrario, e non è sufficiente dire che non ci riguardano, che noi siamo diversi, che in fondo si tratta di un fenomeno di degrado e sottocultura. Non è così, perché tutto ciò che riguarda gli altri deve in qualche modo riguardare anche noi stessi. Un poeta e religioso inglese del 1600, John Donne, scrisse: “La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità. E dunque non chiedere mai per chi suona la campana: essa suona anche per te.” Frase talmente cristallina che l’immenso Hemingway scelse come epigrafe del celebre romanzo “Per chi suona la campana”.
Questa campana di morte suona per ognuno di noi. Siamo parte della stessa umanità e probabilmente il pensiero marcio che dirige l’azione di chi sceglie di fare violenza a una donna ci appartiene. È nostro, l’abbiamo soltanto accantonato, ben nascosto da qualche parte nella coscienza. Due sono le radici principali di questo pensiero. La prima è insita nell’incomprensione, nell’incapacità di riconoscerci diversi e complementari. Uomo e donna, due facce della stessa luna, ma opposte. L’armonizzazione di due estremi non può avvenire semplicemente fingendo un’uguaglianza che non c’è. Uomo e donna sono diversi, fisicamente, mentalmente, psicologicamente. Hanno diversi istinti e differenti bisogni. La grande bugia dell’uguaglianza tra uomo e donna ha portato a pensare a uno stereotipo di umanità asessuata con un identico maschile e femminile, generando un’incomprensione che nega l’accoglienza dell’altro.
La seconda radice è generata da una concezione distorta dell’amore, la stessa spacciata a poco prezzo dai mass media che lo dipingono come una povera gratificazione di sé. Ti amo perché realizzi le mie aspettative, ti amo perché ne ho bisogno per essere felice e per vivere meglio la mia vita. Ecco che il mistero della diversità dell’altro si copre di polvere e si annulla, sviandosi dalla propria luminosa verità. Ecco che ci ritroviamo ad amare un oggetto, qualcosa che ci è utile, che serve e che non serviamo. Ecco che quando questo rapporto malato si incrina e il feticcio d’amore finisce, l’uomo precipita in una situazione psicologica di abbandono, simile al bambino che ha perso un giocattolo. E la rabbia cresce e monta, e può sfociare in violenza.
Dobbiamo riflettere su questi aspetti. La violenza contro le donne è violenza contro l’umanità, perché quando una donna viene picchiata, mutilata, ferita, bruciata con l’acido, costretta a sposarsi o a non studiare, nascosta dietro un burqa, umiliata, offesa, quando succede questo si uccide l’energia stessa della vita e si demolisce una verità naturale e ontologica che, quando dimenticata, porta a scenari tragici e bui.

Guido Mazzolini

Mi raccontò tutto con voce pacata e in un battito di ciglia compresi una realtà che tenevo nascosta ai miei occhi. Avevo cercato di non pensarci più, ma il suo ricordo batteva ancora dietro la nuca. All’inizio lieve, come un tamburo in lontananza, poi sempre più presente e sonoro. Dentro me lo sapevo, non l’avevo dimenticata. E lo sapevano le stelle delle mie notti solitarie, lo gridavano in ogni battito del cosmo.

dal romanzo Un celeste divenire di Guido Mazzolini

Povera terra sbiadita
svilita da barbari guerrieri,
uomini piccoli votati al sotterfugio
al sacrifico delle idee
nel nome di un progresso squallido
che innalza altari di spine al dio del guadagno.
Piccola terra ferita
mano protesa tra l’Europa e l’Africa
ponte di popoli diversi
che marciano in fila
verso un’ombra di gelo.
Povera terra colpita,
ha mani di cera
quel bimbo che guarda
e una domando muta in fondo agli occhi.

Guido Mazzolini

Solamente imprecise
traiettorie di ali
congiunsero ai miei passi
terra e aria per sempre.
Nel gelido avanzare
di un tempo accurato
immane il cielo sparve
abbracciando frontiere
e vuote speranze.
Figlio di troppe madri
mai più getterò sguardi
al di là del presente;
non fisserò lontano
mai più oltre la sera.

Guido Mazzolini

Indosso la tua pelle come un guanto
un saio e un uragano, corteccia breve
le mani che sorreggono la serpe del ventre
un desiderio di purezza e primavera
e il tuo sorriso ritto, umido
sulla mia bocca spalancata.

Guido Mazzolini

Ne abbiamo paura. Fingiamo di non pensarci, accantoniamo l’idea come un frutto avariato in una cesta. Lo mettiamo da parte per non pensarci, lo nascondiamo con emozioni di ogni genere, sensazioni più o meno forti che impregnano il nostro quotidiano.
Il pensiero della morte è il grande assente di questo tempo affrettato, nessuno ne parla, è l’ospite indesiderato, quello che nessuno vorrebbe alla propria tavola. E a volte bussa alla porta, chiede di entrare. È una voce fuori dalla finestra. Succede all’improvviso, una notizia al telegiornale oppure l’automobile che sbanda. E ci pensi, e te ne accorgi. Perché che ti piaccia o no siamo circondati dalla morte. Guerre, violenze, la parte bestiale dell’uomo che prende il sopravvento. E se non bastasse c’è la natura a fare il suo dovere. È la conclusione della vita di tutti, la chiamano morte naturale e suona come un ossimoro. È una cosa che stride nella nostra vita e interroga la coscienza.

Guido Mazzolini

Il tuo corpo ammezzato
che distende praterie di pelle
ombra di seta e muschio scuro
mezza maschera di noia
attende nel meriggio e brulica di vita.
È un corpo di sabbia
un livido deserto di vetro
un tenue ondeggiare sensibile,
è un sentore persistente di fiori
a lungo abbandonati in un cassetto
nell’attesa di una festa improbabile.

Guido Mazzolini

Di notte t’immagino sveglia, seduta sul letto. In silenzio mi ascolti dormire, osservi il mio collo, i capelli, le orecchie, la schiena di latte e il respiro che ondeggia. Ascolti il sussurro di un sogno, di un sollievo liberato che rotola. Chissà a cosa pensi, al rumore del mondo, ai rimorsi, o forse a qualcosa di molto più semplice, a una goccia che cade o a una foglia portata dal vento. Di notte è meglio inseguire un pensiero semplice e breve, perché nel silenzio tutto si amplifica. Mi osservi e non sai che nel mio sonno è celato un segreto. Dormo e ti sogno, sono dietro di te che mi guardi e osservo il tuo gomito, il mento, il riflesso di luce che sfiora una tempia. Il resto di noi è soltanto un’ipotesi scarna, troppo spesso celata nella realtà. Ma io so che ogni nostro fuggire diventa un rincorrersi. Ogni nostra bruttezza, abbracciata, diventa incredibile e bella.

Guido Mazzolini

Quante occasioni perdute, quanto tempo sprecato nel tentativo di ristabilire l’ordine e la tranquillità, dimenticando che niente accade per caso e se qualcosa cede è perché quello era il momento giusto, l’istante deciso dal destino perché accadesse. Ma esiste davvero il destino? C’è un ordine in questa apparente confusione? Passiamo gran parte della vita cercando di riordinare i cassetti dell’esistenza, e ci perdiamo la gioia, il bello, la verità della vita. Abbiamo paura di una piccola crepa, dimenticando che forse è arrivato il momento di abbattere un muro e scoprire cosa si nasconde dall’altra parte.

Guido Mazzolini