Archivio per la categoria ‘scrittura’

Ne abbiamo paura. Fingiamo di non pensarci, accantoniamo l’idea come un frutto avariato in una cesta. Lo mettiamo da parte per non pensarci, lo nascondiamo con emozioni di ogni genere, sensazioni più o meno forti che impregnano il nostro quotidiano.
Il pensiero della morte è il grande assente di questo tempo affrettato, nessuno ne parla, è l’ospite indesiderato, quello che nessuno vorrebbe seduto alla propria tavola. Ma a volte bussa alla porta, chiede di entrare. È una voce fuori dalla finestra. Succede all’improvviso, una notizia al telegiornale oppure l’automobile che sbanda. E ci pensi, e te ne accorgi. Perché che ti piaccia o no siamo circondati dalla morte. Guerre, violenze, la parte bestiale dell’uomo che prende il sopravvento. E se non bastasse c’è la natura a fare il suo dovere. È la conclusione della vita di tutti, la chiamano morte naturale e suona come un ossimoro. È una cosa che stride nella nostra vita e interroga la coscienza.

Guido Mazzolini

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Ondeggi su me come un ricordo antico, un pensiero da nutrire per l’eternità. Arrivi all’improvviso, mi culli come un feto e mi riscaldi. Tutto sembra possibile, anche sciogliere il ghiaccio che da secoli ha incrostato la mia anima ibernata in una sicurezza gelida, come chi resta immobile ma respira tranquillo e sicuro, dormiente in uno sterile letargo. Arrivi all’improvviso e all’improvviso te ne vai senza un apparente motivo, nemmeno una scusa, mi squarci il petto nudo, mi baci e mi strappi il cuore.
Davvero questo rito primitivo, come primitivi possono essere i sentimenti e gli istinti, mi sconcerta e mi lascia attonito e stordito; davvero mi è sembrato possibile tutto questo, l’averti incontrato, sfiorato e condiviso, confidando in una pazienza che non hai, in quel sapere attendere e seguire i tempi sincopati del mio sentire, le aritmie della mia anima; così la ruota gira e noi come palle da biliardo rimbalziamo seguendo traiettorie definite ma incomprensibili.
La musica si strofina come un gatto sulla mia pelle chiara, si sdruce nelle mie ossa, le sbriciola ad una ad una per poi ricomporle; ascolto Chopin, “Notturno in si bemolle minore” e non ho bisogno di altro che quel sapore dolce-amaro già racchiuso in un romanticismo non di maniera ma realmente sentito nel sangue e nella pelle. Mi scivola sopra, mi scuote e mi penetra un brivido quando il senso del vero si palesa come autentico e quasi dogmatico, il modo maggiore che esplode e si inalbera, si erge serico con echi modali nei rapidi arpeggi che sembrano gocce lasciate cadere per caso. Profuma di amore e di alcove disfatte, di fumo e di fiori.
Rifletto su quanto doloroso possa essere il bisogno di un altro, la voce che urla incessante, la bestia che mi possiede, il demonio che strepita in me. Mi accorgo che la poesia è un po’come la vita, una mosca catturata in un bicchiere capovolto, che ronza e sbatte contro il vetro senza fermarsi mai.

Guido Mazzolini

Scrivere, esprimere. In fondo è davvero così, la verità è nulla senza la possibilità di raccontarla. La bellezza, il tempo che passa, le rughe delle vita sarebbero niente se non venissero espresse. “Exprimere”, spremere, tirare fuori. Come si fa col dentifricio, con un’idea o una sensazione accennata. Come si fa con un rimorso, un pensiero, un desiderio, un’ipotesi. E quanto ancora da spremere, quante parole che affollano l’aria come farfalle trasparenti.

Guido Mazzolini

Scrivo per te queste parole
sparse sul tavolo come chicchi di riso,
riposte in un angolo, in attesa dell’inverno
scrivo per te queste parole
celate in uno scrigno di sintassi
e di meticolose meraviglie
dipinte dal silenzio del mio dire
queste parole sciolte
al primo sole di un’estate
legate al dubbio, al grido di rancore,
queste parole sghembe,
zoppe, ferite, sanguinanti
le mie parole folli
che tu chiami poesia.

Guido Mazzolini

Possiamo salvarci. È l’ascesi la chiave per uscire da questa logica post-moderna che condanna l’uomo a essere un patetico mulo attaccato alla soma del bisogno. Il desiderio di mondo e di terra ci inchioda a razzolare nel fango, dimenticando che il cielo è sopra di noi. Così ci accontentiamo di avere certezze che diventano presto domande inespresse. Siamo privi di una visione che potrebbe portarci a desiderare l’impossibile. L’edonismo assoluto chiama alla negazione dell’altro nel nome esclusivo del sé, abituandoci all’esercizio del cinismo e del dubbio, non come portatore di ricerca, ma come immobile frontiera invalicabile che ci priva della possibilità di trovare una risposta dentro noi stessi. Il limite ci pone davanti al Mistero. Fra le innumerevoli smanie di assolutismo, abbiamo smesso di cercare l’Assoluto.

Guido Mazzolini

Ancora una volta faccio mie queste riflessioni, e auguro a tutti Voi un BUON NATALE!!!!!!!

C’è il Natale del mondo, quello fatto di luci e panettoni, quello dei buoni sentimenti confezionati ad arte e dei regali sotto l’albero, il Natale di un vecchio ciccione vestito di rosso e di una slitta trainata dalle renne. C’è il Natale delle corse e rincorse agli sconti e alle buone occasioni, il Natale dei centri commerciali, della televisione e del “A Natale puoi…”. Il Natale dei “Jingle bells”, delle abbuffate e della neve di polistirolo.
C’è il Natale del multiculturalismo imbecille che vorrebbe togliere di mezzo il presepio, Gesù bambino e il significato stesso di ciò che si vuole festeggiare. È il Natale buonista che in nome del rispetto non rispetta il vero protagonista, e si pensa a un’accoglienza ipocrita, a un compleanno senza il festeggiato.
C’è il Natale di chi non ne vedrà un altro, e penso al mio e all’ultimo di mio padre, ai suoi occhi che già guardavano oltre, ai nostri volti tristi, alle sue mani arrese. E quanta verità nei suoi ultimi giorni, quanta Vita in quella morte.
Tutti i nostri Natali, e ogni Natale che ancora verrà. Il Natale che abbiamo sognato, sperato, atteso, voluto. Il Natale che ogni anno sembra splendere un po’ meno.
Poi c’è il Natale di 2018 anni fa, quando a Betlemme il Verbo si fece carne, e Dio si vestì dei poveri panni degli uomini, dalla fragilità di un bambino alla morte di un condannato alla croce. Perché, meglio non dimenticarlo, il Natale è l’evento che ha cambiato la storia dell’umanità. È la festa della cristianità, e si festeggia la nascita di Dio fatto uomo, l’incarnazione del Tutto nel nulla. Nient’altro. Il resto sono inutili accessori, piacevoli, folcloristici, ma niente di più.
A te, a me, a noi. Qualunque sia il nostro Natale.
Tanti auguri.

Abbandonare è facile. È veloce e indolore, un istinto sottile che risiede nel fondo dell’anima, abita l’angolo più buio, quello indipendente dalla coscienza. Si abbandona ciò che non serve più, per noia o per difetto. Si abbandona quello che reputiamo inutile e lo facciamo senza pensarci troppo, con un’alzata di spalle e lo sguardo che cambia direzione e scivola verso panorami nuovi. Nuove sensazioni e stimoli, in fretta si abbandonano idee considerate antiche, pensando che il nuovo sia sempre meglio. È l’epoca del giovanilismo a oltranza, oggi conta la performance e la forma, interessa lo sforzo breve e intenso. È l’epoca del minimo rendimento, e vogliamo tutto e lo vogliamo subito. È l’inganno del “qui e ora”, di un presente sempre pronto ad accogliere un futuro troppo remoto e a dare un calcio al passato. E si butta ciò che è vecchio, ideali e persone.
Siamo disposti a tutto, anche ad abbandonare noi stessi, a gettare via l’uomo di ieri in attesa di un altro migliore che dovrebbe arrivare domani. E che mai arriverà.

Guido Mazzolini