Mi chiedi cosa sia rivoluzione
e non ti accorgi di quei pugni chiusi
serrati come morse
dei denti stretti
della disperazione di un popolo che ha fame,
così tanto impegnato come sei
nel seminar democrazie perfette
dispensando pace a colpi precisi di mortaio
armato di coltelli e spade.

Mi chiedi cosa sia rivoluzione
e non ti accorgi dello sguardo vuoto
di un uomo che attraversa la tua strada,
non sarai mai il nero che barcolla scalzo
ubriaco e minaccioso,
la giovane ragazza
che vende a poco prezzo il suo sorriso
ombrato di dolore e rabbia,
il figlio di un deserto d’Africa
vestito d’ossa e mosche,
il barbaro straniero che invade la tua casa
rubando la tua aria
sporcando le tue strade.

Mi chiedi cosa sia rivoluzione
ad occhi chiusi e un ghigno di livore
ti segna netto il viso.
Destati, diventa terra arresa,
spalanca le finestre,
accogli l’uomo e non temere l’invasore
trema piuttosto per il tuo silenzio,
per la coscienza sorda
e la complicità di chi non vede
celando indifferenza velenosa,
trema perché sei tu quell’uomo
quegli occhi vuoti sono i tuoi
e ti appartiene quella pelle scura
la stessa umanità che tu deplori.

Guido Mazzolini

“Il miracolo dei girasoli” è un racconto che parla di paternità, di mistero e vocazione. Credo sia questa la giornata migliore per condividerlo.
Chi ancora ha un padre se lo tenga stretto, perché non ci sarà per sempre.
A chi arriverà fino alla fine, buona lettura.

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Il miracolo de girasoli


Ci sei.
Esisti.
Tua madre è certa del miracolo. Le donne lo percepiscono subito, è un vantaggio che la natura gli ha donato. Lanciano un’occhiata al futuro per un attimo, sapendo che quell’idea appena intuita diverrà una certezza. Questa mattina avverte sensazioni inconsuete, un formicolare lieve nelle palme delle mani, un buco piccolo nel centro dello stomaco, uno sbattere trasparente di ali nel cuore. Entra in cucina, ha indosso un pigiama bianco e annusa ogni cosa.
«Non lo senti anche tu?»
Dilata le narici come un cane che ha fiutato una traccia. Io la guardo, un po’ stupito.
«No. Cosa dovrei sentire?»
«Questo profumo intenso. Menta fresca, appena tagliata.»
Si avvicina e mi bacia una guancia. Le labbra schiudono un sorriso bianco e un raggio di luce le taglia diagonalmente il viso. Adoro quando sorride, la bocca si apre e le guance si gonfiano leggermente, sembra che il sole si capovolga in cielo.
«Sei tu, è il tuo dopobarba.»
Ha ragione. Sono io, rasato come tutte le mattine prima di fare colazione.
«Il dopobarba? È il solito che metto tutti i giorni. Ormai dovresti conoscerlo.»
Sorride di nuovo.
«Sì, lo so, ma stamane si sente di più. È dappertutto.»
Versa il caffè e canticchia una canzone sottovoce, una specie di ninna nanna dolcissima. Tuffa i biscotti nel caffè, li ingoia due alla volta, con gusto, leccandosi le labbra. Io la osservo divertito.
«Sei felice. Mi fa piacere.»
Sorride ancora.
«Sì, lo sono. Sento che oggi è una splendida giornata. Tutto andrà bene e nulla rovinerà questo incanto.»
La guardo con un po’ di sospetto. Mi fido poco delle persone allegre. Sono fatto così, diffido istintivamente della gioia, soprattutto di quella immotivata che ti arriva addosso una mattina, davanti a una tazza di caffè. Le persone felici sono instabili e pronte a tutto. Ne ho conosciute molte, la maggior parte di loro nascondeva un’incomprensibile idiozia, malcelata sotto una maschera di esultanza. L’allegria non rende obiettivi, al contrario confonde le idee e inganna le brutture, trasforma la mediocrità in straordinarietà. Ti fa dipingere un muro grigio di ricordi con mille fiori colorati, ti blocca sul binario morto di una giornata qualunque, aspettando un treno che non passerà.
Ma questo lo capirai da te, ne sono certo. Basterà poco e te ne accorgerai.
Lo dice all’improvviso, sottovoce, sembra racconti un segreto. Infila gli occhi nel fondo dei miei e la sua voce è un sussurro opaco.
«Sono felice, sì. Penso di aspettare un bambino.»
Rimango sbigottito, la bocca leggermente aperta. Percepisco il respiro insinuarsi tra i denti, è gelido e liquido. Serro le labbra e deglutisco, come chi ingoia una pietra salata. La mie labbra chiuse sembrano impedire l’accesso alla novità, come una porta che vuole bloccarne l’ingresso, evitando alla notizia di penetrare in me. È una reazione completamente involontaria, tua madre se ne accorge e perdona subito l’accaduto. Mi accarezza la fronte e sorride.
«Tranquillo, andrà tutto bene. Domani farò il test, così lo sapremo.»
È sempre lei, ma non è più la stessa. La vedo camminare e sembra sollevata da terra. Sì, è una specie di ectoplasma che scivola lungo i muri di casa. Impalpabile e felice, è diventata un’altra essenza, qualcuno differente e più silenzioso, un già e non ancora, un tutto racchiuso nel nulla.
Abita un cielo sconosciuto che posso soltanto immaginare. Qualche minuto fa dormiva accanto a me e il suo corpo nudo mi è sembrato un miracolo, un campo di girasoli fiorito in autunno. Le ho accarezzato una guancia, leggermente per non svegliarla, poi la mano è scesa lungo l‘incavo del collo. La sua spalla era fresca e la pelle liscia, i seni due colline appena accennate che ondulavano al ritmo lento del respiro. La mano è scivolata sul ventre, tracciando una linea retta tra le punte del bacino. L’ho toccata come fosse un oggetto fragile e prezioso, lei ha sobbalzato leggermente, attraversata da una piccola scossa sotto la pelle. Ho pensato che stesse svegliandosi e sono andato in cucina a preparare il caffè.
Qualche istante dopo si è alzata, pochi minuti e stava davanti a me. In mano teneva un test di gravidanza, una specie di grossa matita rossa e blu. L’ho guardata venire verso me e ho capito. Prima che parlasse, i miei occhi hanno intuito ogni cosa, osservando i suoi che luccicavano trionfanti. L’ectoplasma ha cominciato a prendere forma e a solidificarsi, i piedi sono diventati due grosse radici, legate profondamente alla terra.
Un getto tiepido di urina bagna un tampone, una breve reazione chimica e una croce appare all’interno di una piccola finestra bianca. La vita è un gioco chimico, fin dal suo albore. Uno scintillio di ormoni e cellule che danzano, molecole impazzite che saettano nel segreto di una donna, come un nugolo di insetti attorno a una lampadina.
La guardo mentre beve il caffè, a sorsi brevi, soffiando sullo specchio nero della tazza. Alza gli occhi e sorride ammiccante, come se quella croce rossa fosse solo una traccia risibile, qualcosa di poco rilevante che non avrebbe cambiato le nostre vite. Qualche minuto dopo ho capito che la sua apparente indifferenza era soltanto una maschera e in realtà nascondeva un regalo importante. Voleva soltanto darmi tempo, concedermi un luogo tranquillo dove riflettere e riprendere fiato. Una stanza tutta mia, senza frette o pensieri, nella quale cominciare a percepire il significato di ciò che mi stava accadendo.
«L’avevo detto, io. Ne ero certa.»
I capelli arruffati, la pelle chiarissima. Gli occhi due oceani scintillanti. Si sfiorava il ventre con un lieve movimento circolare della mano sinistra, già cominciava ad accarezzarti e a cullarti. Non ti vedeva eppure si prendeva cura di te. Tu, il seme piantato in un campo di girasoli. Tu, il miracolo di vita.
Il mio luogo tranquillo è una stanza piccola, ha le pareti rivestite di legno chiaro e una finestra. Quando ero bambino, vivevo in una vecchia cascina con i muri di pietre compatte e una grande aia. La casa era molto spaziosa e aveva tante stanze. Una in particolare era quella che preferivo, la consideravo il mio posto segreto, il luogo dove mi sentivo protetto e libero di ascoltare i pensieri. Una piccola stanza che mio nonno aveva ricavato da una camera molto ampia, alzando un muro di mattoni e rivestendo le pareti con un legno molto chiaro.
Quella stanza era magica e dall’unica finestra si poteva vedere la campagna, una distesa piatta di terra scura e alberi che sembrava perdersi fino al fondo dell’orizzonte. In inverno si alzava una nebbia leggera che avvolgeva ogni cosa, rendendola incerta. Tutto diventava un panorama incantato e grigio, un mondo avvolto di magia. Le ore volavano, entravo con un libro in mano e mi sdraiavo vicino alla finestra. In un attimo accadeva l’incantesimo e diventavo un pirata, un guerriero, un principe. Le pareti di legno si aprivano su mondi sconosciuti e già mia madre mi chiamava per la cena. La mia stanza magica, il mio luogo necessario.
Quando ci trasferimmo in città ebbi paura di perdere quell’incanto. Mi sbagliavo. Capii con il tempo che per tutti esiste uno spazio segreto, ma questo posto è nascosto in un angolo del cuore che nessuno conosce. È una scatola di legno chiaro, una stanza solitaria dove puoi rifugiarti a pensare.
Davanti agli occhi ho l’immagine di lei, vedo la sua mano che ti accarezza, quelle dita piccole che compiono cerchi brevi sul ventre.
Ci sei.
Esisti.
Il destino ha deciso per te, ha deciso per noi. Ti ha afferrato rapidamente, trascinandoti fuori dall’oceano del nulla. Ti ha gettato in un mondo misterioso e colorato, pieno di suoni e contraddizioni, un mondo che ancora deve conoscerti, che tu ancora devi conoscere. Ora sei in un altrove buio, hai traslocato dall’oceano gelido del nulla e vivi in un mare caldo e tranquillo.
Penso alla tua inconsapevolezza e mi commuovo. Un piccolo gamete vagabondo ha trovato la strada, insinuandosi all’interno di un uovo, una palla gigantesca come un pianeta da conquistare e lui, il piccolo astronauta con la coda, ha piantato la bandiera, fecondando un suolo sconosciuto. Ci penso e mi attraversa un brivido, uno scroscio freddo lungo la schiena. Tutto sta accadendo dentro il ventre di una donna, in uno scrigno concepito per custodire il più prodigioso dei doni. Immagino un’esplosione primordiale, un big bang di vita che illumina il buio con scintille di novità.
Dove abitavi prima di quel momento? Io e tua madre avevamo soltanto immaginato e fantasticato sul colore dei tuoi occhi, parlando della tua crescita, delle ossa che si allungano, delle corse nei prati e dei primi sorrisi. Eri per noi soltanto un’intuizione, un’idea accarezzata da una coppia di amanti, mano nella mano e occhi negli occhi, seduti davanti al mare a parlare di nulla.
Ho sempre pensato all’immutabilità delle cose e a come tutto sia già presente. L’uomo non può creare, ma soltanto assemblare materia già esistente e mutarne la forma. Può trasformare l’albero in un tavolo, il ferro in una vanga, ma niente più. Dal nulla non si può creare il tutto, è un potere che non è stato affidato alle piccole mani dell’uomo. Quindi, dove abitavi prima di esistere? Te lo chiedo sottovoce, c’è davvero un oceano freddo dove riposano le vite prima di essere chiamate al mondo, prima di quell’incontro misterioso di gameti, prima di quella scintilla di luce? È strano pensarci. Rimango perplesso, forse hai cominciato a vivere da quel preciso istante. Un attimo solo, uno spermatozoo folle che s’infila come un ago, un ovulo accogliente che apre la porta a un astronauta con la coda e tutto ha inizio.
Non è facile abituarsi a te, considerare l’idea della tua esistenza come una certezza precisa, qualcosa di cui non puoi fare a meno. Non avrò il privilegio di sentirti muovere, di scoprire il tuo corpo che cambia attraverso il mio, non mi regalerai nausee e crampi. Dovrò imparare a custodirti nei miei pensieri e a farti crescere nella mia testa, come un sogno che in breve tempo diverrà realtà. T’immagino e sei un grumo di sangue e poesia, un piccolo satellite appiccicato al corpo di tua madre. Non riuscirò a comprendere fino in fondo questa realtà. Irraggiungibile, ma vicinissimo a me. Prima eri nulla, un attimo dopo eri già tutto. In quella frazione di secondo, in quell’istante, è accaduto il miracolo più grande, che si ripete dall’inizio dell’umanità.
Nascere è un concetto strano e mutevole, che spesso il comune pensare tende a far coincidere con il parto, con l’immane fatica, la prima boccata d’ossigeno che brucia la gola di un essere umano, la luce che esplode negli occhi e il vagito di un bimbo. È strano, sai, ma per molte persone tu non esisti ancora e dal loro punto di vista qualche ragione ce l’hanno. Non respiri, il sangue si mescola con quello di tua madre come un ruscello che prende vita da un fiume impetuoso. I tuoi polmoni non hanno ancora inalato aria, i tuoi occhi non conoscono la luce. Sei soltanto un piccolo pesce, un lombrico rosa che vegeta, immobile in un universo di buio.
Per qualcuno non sei ancora nato e sei solo una supposizione. Per me, invece, sei già futuro e miracolo. Sei ora e per sempre. Per qualcuno il tuo è soltanto un progetto di vita, un’ipotesi incerta, un’idea che potrebbe divenire realtà, ma che potrebbe anche concludersi in nulla. Non per me, non per tua madre. Respiri in un ventre di donna e non hai ancora gli occhi, ma sono certo che puoi intuire ogni cosa. Conosci i miei dubbi, questo ammassarsi di pensieri come un ronzare fastidioso di api nelle orecchie. Sei nato il giorno che mi sono unito a tua madre, la metà di me alla metà di lei. E nascerai un’altra volta, quando verrai alla luce e respirerai ossigeno.
Crescendo ti accorgerai di nascere ogni istante, lo capirai così, senza un preciso sforzo della ragione. Comprenderai che ogni battito di vita è un dono, capirai che ogni momento cancella il precedente, rendendoci nuovi e rinnovati. Anche il tempo è uno strano concetto. A volte gocciola come un rubinetto guasto, altre volte è veloce come un colpo di coltello. Ti diranno che il tempo è un tesoro e che non va sprecato. Non crederci. Usa il tuo tempo con calma e spendi ogni minuto alla ricerca di te, di ciò che sei realmente.
Il mondo benedice l’azione e maledice l’inerzia. Gli uomini che contano sono quelli in movimento costante, quelli che spostano capitali e sentimenti da una mano all’altra, preoccupandosi solo dei propri interessi. Non crederci, non lasciarti ammaliare da questo modello di vita. Diventa padrone dei tuoi giorni e capirai che spesso il silenzio e la quiete sono portatori di un miracolo.
In molti proveranno a dirti chi sei, sfornando definizioni senza sosta, come maschere che cercheranno di calarti sul viso. Fatti forza e non crederci. Non sarà facile, perché spesso la vita ci obbliga a recitare parti, a indossare panni che ci vanno stretti, ma appena possibile cerca di uscire da questa logica meschina, cerca di toglierti di dosso l’inganno.
Diventa ciò che sei e non dimenticarlo mai, perché tutto è già racchiuso in quell’ammasso rosa di cellule e sangue che il mondo stolto ancora non riesce a chiamare vita. Ciò che sei è nascosto nel ruscello che prende vigore dal fiume di tua madre, nell’abbozzo impreciso di quegli occhi che tra nove mesi saranno inondati di luce. Sei già tutto, e nessuno potrà aggiungere o togliere un solo iota alla tua essenza.
La vita è un viaggio che può sembrare lunghissimo, ma se ci pensi è nulla davanti all’eternità, è un piccolo battito di ciglia, un lampo secco e breve. Percorrerai strade sterrate e polverose, a volte carezzerai una parvenza di felicità e un sorriso illuminerà il tuo viso, altre volte il viaggio sarà irto di pericoli e delusioni. Non temere. In fondo alla strada, al termine del viaggio di ognuno, ci attende il più grande mistero. Nasciamo ogni istante, ricordi? Ecco, alla fine del tempo nasceremo per l’ultima volta e sarà per sempre. È questo il più grande mistero, è questo il più grande miracolo.
Ti aspetto, figlio mio. Ancora non ti conosco e tu non conosci me, ma è bellissimo saperci così vicini, l’uno in attesa dell’altro. Ci sarò quando aprirai gli occhi, quando inalerai il primo respiro. Divideremo il pane e le nostre giornate, scoprirò le tue risate e le malinconie di bambino, osserverò il tuo sguardo illuminarsi di eterno. Cresceremo insieme, padre e figlio, radici nascoste in un suolo fertile.
Chiudo gli occhi e mi sdraio in un campo di girasoli. La terra è fredda sotto la schiena, il cielo è un tappeto rovesciato, azzurro sopra di me. Sorrido, mentre ho voglia di piangere. Lacrime calde, una pace liquida che pare lavarmi il viso, un seme di gioia piantato nel fondo del cuore. Sei tu, chiamato all’eternità. Sei tu, parte del miracolo, l’essere più piccolo e indifeso, la magia e l’avventura più grande. Sei tu. Benvenuto, figlio mio. Benvenuto, figlio della vita.

Guido Mazzolini

Scivolata bellezza dagli occhi
il pensiero è una piccola gemma
preziosa, minuta, dentro un povero
scrigno di legno. Respiro parola
foglia caduta tra viali di rose,
parlo di me quando s’immola piano
il tenue cantillare di un ricordo.
Carezzami gli occhi di pace, io
vivo di sangue nel cuore di un giorno
soltanto. Sono battaglia feroce,
carne che pulsa, l’istinto mi chiama,
sono l’umore del vento che soffia.
Nel largheggiare di un tempo perduto
la vita guadagna sé stessa. Portami
doni, sollevami in alto da madre
porgi il tuo collo inarcato, che possa
succhiarne l’essenza più pura, sei
tu la più vera ragione di me
vita che squilli di Vita. Per questo
rendi il mio dire sincero e assetato
rendimi fiamma di ceppo bruciato.

Guido Mazzolini

Parlo a te come una danza
a piedi nudi sui cocci acuminati della vita
come pazzo che si strema
per l’ombra di un sorriso luminoso
parlo a te come una danza
come fuoco acceso
al grido di un tiranno antico
l’urlo dal pulpito di un Savonarola cieco
parlo a te come una danza
come nuvola di pioggia
canna sbattuta dal vento
un ragno sulla tela o rondine caduta
parlo a te come una danza
agitando braccia e vele di pensieri
come legno bianco in balia delle correnti
soltanto un urlo muto udrai
nelle malinconie cercate
nelle pietrose sere
quando la campana del ricordo
squillerà rintocchi di pensieri.

(L’Attimo e l’Essenza di Guido Mazzolini)

Un racconto d’amore e follia.

Quel che sai dell’amore è un goffo tentativo di definire l’indefinibile, di circoscrivere un infinito panorama nell’arco di un solo abbraccio. Tutti ne parlano, tutti ne hanno avuto esperienza. Siamo individui capaci d’amore, e a modo nostro lo abbiamo manipolato, trasformandolo in goccia, fiume, oceano, acquitrino. Un amore in grado di muovere energie nascoste, un amore destinato al bene, alla luce e alla gioia, disposto a liberarci dalla prigione di un ego che ci lega a questa terra per arrivare al cielo.
Quel che sai dell’amore lo impari vivendo, sbagliando, ascoltando, soffrendo. Quel che sai dell’amore lo impari amando.

Guido Mazzolini

Buon San Valentino!

Elena & Paola

È difficile conservare un ricordo senza sporcarlo con supposizioni irreali. È difficile pensare al passato senza lo sguardo limpido del presente che ingrandisce i particolari e ne svela imprecisioni e rughe. Ti avvolgi nella spirale delle ipotesi pensando a quello che non è stato, credendolo possibile perché non realizzato. E ti domandi dove vadano a morire i sogni finiti, le voglie calpestate e gettate via, ciò che hai voluto con tutta la tua forza e non hai avuto. Quanti indirizzi perduti, parole, strade percorse. Quante mani serrate, quanti posti vuoti, e sensazioni e ipotesi. Quante speranze, quanti ricordi che abitano nel silenzio come ragni in un buco, nel rimpianto di una nostalgia assassina che a lungo andare uccide la gioia di vivere. Pensieri che arrivano quando meno te l’aspetti e ti montano addosso. E soffiano, e mordono. Cani rabbiosi che ti raspano il petto. Sempre strana la vita. Si girano pagine, si mutano sogni.

Guido Mazzolini

In fondo averti addosso in una notte romana era l’unica cosa giusta in quel periodo di tempo di quel periodo di vita, così quando ti accorgi che hai cambiato indirizzo al pensiero, allora ti chiedi in quale stazione andrai a prendere le prossime valigie, e dove sarà diretto il tuo viaggio. In ogni caso eravamo nostri, nessuno può portarcelo via, e non sarebbe bastato il cielo a coprirci, quando ancora non potevamo distinguere dove finivi tu e dove iniziavo io. Allora fai buon viaggio, sei la mia vergine zoppa e ho cantato di te in mille poesie, sei stata presente negli occhi e nelle pagine dei miei libri, ma ora è arrivato il momento di metterci un punto, e di metterti via. Ho già troppi scheletri, e sempre meno armadi.

Guido Mazzolini

Guardare più in là, guardare oltre. Difficile evitare le apparenze, percepire cosa si cela dietro gli sguardi delle persone. Meglio sorvolare al limite della prima impressione e accontentarsi dell’occhiata distratta, del passaggio di un parere che nemmeno scalfisce la superficie. Usciamo dalle nostre case e incontriamo altri noi, esistenze che ci raggiungono e colpiscono di striscio. Altre mani, altri sguardi. Marciapiedi di città e stagioni che cambiano colore al cielo. E quante vite come foglie che stormiscono al vento. Potessimo leggere oltre la pelle di chi ci cammina accanto, scopriremmo universi di pensieri, esistenze e storie inconfondibili. Gente che nasce e che muore, un ricambio continuo di mani e di piedi a calpestare la terra.
L’umanità si rinnova in una milonga senza fine e tutti ne facciamo parte, sfrenati danzatori che attendono un domani arreso. Certe esistenze sono tempeste di sfortuna, accadono alle nostre spalle e quando ne veniamo a conoscenza riempiono i pensieri. Sono eventi, disastri, un accanirsi di guai e battaglie senza fine. Persone che combattono a denti stretti, serrando i pugni, pronte a difendere quel poco che gli è stato concesso. Esistenze di seconda mano, vite che marciano su binari arrugginiti e sferragliano malinconie. Poteva andare meglio. Per loro, forse, la gioia è un paese troppo lontano. Oppure la serenità va conquistata senza guardarsi in faccia e non tutti se la meritano. C’è chi s’impegna poco e alla fine guadagna soltanto lacrime e sfortune. Osserviamo queste esistenze ammalate e un po’ ci rincuoriamo. La disgrazia, quando non ci riguarda in prima persona, è pura catarsi. Accade davanti ai nostri occhi, ma è una sciagura che succede ad altri, facile da schivare. Ringraziamo la sorte, alziamo le spalle e tiriamo il fiato. Il nostro giro è stato più fortunato.
Meglio deliziarsi al pensiero di possedere una circoscritta serenità. Abbiamo tutto quello che serve e pure qualcosa in più, affondiamo in paludi di oggetti e desideri che non servono realmente, eppure appartengono alle nostre vite e noi apparteniamo a loro. Nati nella metà fortunata del mondo, soddisfatti di quello che abbiamo, infelici di quello che siamo. Eppure basterebbe uno sguardo più aperto, una mano più calda. Basterebbe riconoscersi e pensare che nell’oceano della vita navighiamo tutti sulla medesima barca. E tutti meritiamo un viaggio, accumunati dalla stessa rotta. Nuvole difformi, ognuna della stessa consistenza. Marinai più o meno capaci, più o meno fortunati, in balia di venti generosi e sospinti dal moto delle stelle.

Guido Mazzolini

Tutto accade per caso. Facile pensarlo. L’idea porta un immediato beneficio, perché ci convince che ogni cosa che succede non sia frutto di un disegno. Anche la più infima tristezza, anche la disgrazia più nera. E se non fosse così? Se tutto nascesse da un apparente ammassarsi caotico di eventi e occasioni, che in realtà sottende un progetto preciso? Non è forse questo il senso della vita, cercare di dare un ordine al disordine?
Agiamo in automatico, come il respiro, l’istinto primordiale che ordina ai polmoni di riempirsi d’aria. Si apre la gabbia delle costole e il petto si gonfia. Non dipende da una nostra volontà, c’è una coscienza nascosta che governa il respiro, e guida il volteggiare dell’esistenza.
Viviamo senza vivere davvero, pensiamo senza pensare, guardiamo senza guardare. Gli automatismi della vita ci portano a essere animali sociali e inconsapevoli.

Guido Mazzolini

e, a proposito…buona domenica!