Strage di Manchester. Vite giovani, stroncate, falciate, ammazzate. Volti di ragazzi, occhi persi, lacrime e fa ancora più male. Si può morire così, senza motivo e prima ancora di aver cominciato a vivere. Ora assistiamo alla retorica più banale, quella che attorciglia lo stomaco, quella delle parole buttate quando servirebbe soltanto il silenzio. La retorica dell’accoglienza prima di tutto, quella di chi dice che bisogna costruire ponti e abbattere muri, dimenticando che oggi più che mai siamo sotto assedio. È una lotta violenta contro il molle occidente, quello che sbadiglia e pensa solo all’automobile nuova o alle prossime vacanze, quello ormai arrivato al capolinea, agnostico e decaduto. Dobbiamo svegliarci, dobbiamo difenderci. Ci sentiamo partecipi del dolore altrui, protetti dallo schermo del televisore che trasmette i notiziari. Tiriamo un respiro di sollievo, è successo ad altri, è successo lontano da qui. Ma fino a quando? Quando toccherà a noi? E in quale città? È inascoltabile chi dice che non si tratta di una guerra di religione, perché Dio è amore e nessuno uccide in nome di Dio. Si sbaglia. Siamo davanti a uomini privi di umanità, disposti a morire e a trascinare con loro il maggior numero di infedeli, e tutto questo in nome di un dio che arma il loro braccio, autorizzandoli a uccidere. Un dio sanguinario e vendicativo, non come il nostro che è sepolto in qualche chiesa e nella bocca di pochi preti nostalgici.

Guido Mazzolini

Un giorno me lo hai chiesto. Era una mattina malinconica di fine Agosto, la città vuota, cicale impazzite e un cielo di nuvole bianche. «Cos’è la poesia?» Mi hai guardato negli occhi senza attendere una risposta. Bella domanda. Inaspettata. Poesia è iniziazione. È una donna bella che conosci sui banchi di scuola, svogliato e un po’ assente tra letture interminabili e inutili rime. Crescendo te ne dimentichi fino a quando una mattina di un giorno qualunque ti torna in mente un verso, un’immagine imparata a memoria tanti anni prima, e ti accorgi che era rimasta incastrata in un pezzo di cuore e quello era il momento più adatto per farla sbocciare. E il piccolo seme di un verso fiorisce, e anche questo è Poesia. Esiste un linguaggio normale, è il quotidiano dialogo tra gli esseri umani, utilissimo per condividere esperienze e informazioni. Ma c’è anche un altro modo di esprimersi, più sottile e magico. Esiste un linguaggio speciale che serve a definire l’innominabile, a esprimere l’inesprimibile. Artigli e picconi, parole che graffiano e scavano. Incontri versi sublimi, metafore talmente elevate da farti pensare che tutto possa essere metafora di qualcos’altro e anche questo è Poesia. Incontri i Poeti, viaggiatori di nulla e costruttori di niente, armati di un bisturi così tagliente da sezionare allo stesso modo il più puro dei sentimenti e il peccato più sporco. Inutili Poeti, inutili e sfacciati. La Poesia è il vizio di spendere il tempo in solitudine, cercando l’aggettivo più adatto, il suono che meglio esprime il tuo essere inquieto. La Poesia è preghiera che scava intimamente scoprendo l’Essenza più sublime dell’Anima. S’innalza e risplende, loda e ringrazia, implora e contempla la Vita. Un giorno me lo hai chiesto e ora, maldestramente, cerco di darti una risposta. La mia risposta, così diversa dalla tua.

Guido Mazzolini

Svegliati, apri gli occhi.
C’è qualcosa di più pericoloso di una dittatura della violenza. È la dittatura della paura e del sospetto. Ogni volta che ti preoccupi delle conseguenze che potrebbe avere un tuo pensiero espresso, quello è il sintomo. Non sei più libero, qualcuno sta cercando di impedirti l’uso della ragione, qualcuno vuole imporre le sue idee, considerandole migliori delle tue.

Guido Mazzolini

Il riflesso di me trasuda perdizione.
Rammarico denso peccato non solo,
guardando la china di prossime aurore,
immagino e sono futuro.
Proseguo i miei giorni,
incerto accadere di rapidi eventi
rallento quel passo rapido un tempo
ed ora più saggio, di navigatore
che approda nel buio.
Possiedo le idee
e ciò che feconda il mio tempo.

Guido Mazzolini

Piccoli saltelli nell’intreccio delle dita, e il pensare noi come un riflesso di luna in una pozzanghera, e allunghi una mano per afferrarlo ma non riesci, e miri al cielo ma è ancora più lontano. Malinconici eroi, scansavo le carezze, il tuo tentativo di lenire le ferite, quel sangue scuro che schizzava e imbrattava il muro e le nostre giornate. Attendevo la piatta nostalgia che avrebbe sussurrato una parvenza di tranquilla resa ai miei giorni folli, al mio procedere storto, a quel voler tenere tutto sotto controllo che alla fine è diventato un sentire stonato e attutito, un sentire poco, un sentire nulla.
Dettagli di noi come pane raffermo e disegni sull’acqua. Ti lascio il mio profilo, il lobo di un orecchio e le rughe degli occhi. Ti lascio lo sguardo stupito di chi ha assistito a un miracolo, a un’esplosione magnifica nel cielo, ora spenta in un filo sottile di fumo.

Guido Mazzolini

La città era calda e magnifica, fuori da noi, fuori da tutto. Una voce in lontananza e il respiro dei cani, un filo sottile di vento che entrava dalle finestre. E non avere bisogno di altro. È strano come tutto scivola veloce nel tempo e quella dimensione, oggi lontana e sospesa, resta ammucchiata in un angolo, coperta da inutili giorni, da ciarpame di vita riposto meticolosamente davanti ai tuoi occhi aperti.
Era la nostra sera e mi osservavi. Sorridevi accogliente, la tua anima una porta aperta, un rifugio sicuro. E io che mi lasciavo andare e accettavo i tuoi tentativi di entrare. Io sempre trattenuto e legato alla catena, io e le mie porte chiuse, io e i miei silenzi ermetici che avevi trasformato in musica, canzoni sguaiate da una chitarra imbracciata come un mitra.
Le tue vertebre sotto le dita, un rosario di desideri che ti raccontai in un fiato. Le mie mani scivolarono sulla gabbia delle costole, quella scatola d’ossa che racchiudeva il tuo cuore. E il tuo odore e la pelle, e il ritmo ondulato del respiro. Estasi umida e calda, un guanto caldo in una notte d’inverno. La mia seconda pelle. Il tuo corpo diventò la mia casa, entrai in te come l’esodo di un popolo schiavo e finalmente liberato. Entrai in te come la sola cosa possibile, come l’unica soluzione ai miei dubbi, come la sola meta del viaggio. Entrai in te e in noi, nello spettacolo di un piacere denso che invase l’universo ricoprendo ogni cosa, il pavimento, i muri, fino ad innalzarsi come un’onda e a uscire dalla finestra per diventa aria pura, irrorare le piante e arrivare fino al mare. Entrai in te, nei tuoi occhi spalancati che mi guardavano come si guarda un miracolo, con la stessa intensità di chi trova una pietra preziosa nascosta nel fango. Lo stesso furore che scuote gli uragani e scoperchia i tetti, la stessa forza della luna che muove le maree. Diventasti per me madre e figlia, terra e aria, fuoco e tempesta. Entrai in te, come la prima volta. La prima volta che pensai di essere dio.

Guido Mazzolini

Ti guarderei con più attenzione
senza la fretta del rapitore,
con fragile ingenuità
mentre raccogli stelle
distesa sul mare nostro di papaveri
dove affondano i sogni
nel ventre della notte
e poserei le mani stanche
sui tuoi fianchi d’alabastro
con la delicatezza cieca
di chi sfiora un monile prezioso.
Osserverei attentamente
le ombre che disegna
la luna sul tuo viso
cercherei di conoscerle
una dopo l’altra
e apprezzerei il tuo odore
quell’impronta lieve di fiori
abbandonati in un cassetto.
Appoggerei l’orecchio sulla gola
per udire il tuo respiro,
il gesto delle labbra quando preghi
e quello delle dita quando godi.

Guido Mazzolini