Scivoli calda sulla mia pianura
sei balsamo benefico, velluto
nelle rughe della pelle. Sei dolce
condanna al disamore, involucro
di gioia. Contenitore d’estasi,
disseta la mia terra penitente
come sorgente di gaiezza piena
e lascia disegnare le mie mani
un rivolo di latte sulla schiena.

(Forme Difformi di Guido Mazzolini)

lo trovi qui

“Accogli le novità. Cambiare significa prima di tutto mutare l’orizzonte e il proprio punto di vista. La vita è di chi danza. La vita è dei viventi.”

Buona domenica!!!!

Elena & Paola

Siamo fragili come fili d’erba, come foglie che penzolano dai rami. E nemmeno lo sappiamo, nemmeno ce ne accorgiamo. Provvisori come una goccia d’acqua che scivola sul vetro, in un attimo non ci siamo più. E non possiamo farci niente, soltanto goderci l’attimo che se ne va. Oppure potremmo cambiare la percezione delle cose e imparare a farcene una ragione, ma nemmeno quello sarebbe giusto. Così finiamo per considerare tutto un problema e ragioniamo troppo, quando dovremmo soltanto pensare meno e vivere di più.

Guido Mazzolini

Senti,
c’è un limite nel suono
di un respiro abbandonato
che spesso circumnaviga il pensiero
e appare come un segno, quando
credi al divenire del tuo tempo
e illude l’esistenza quel rumore antico
che batte dentro il petto,
il punto debole del nostro
essere anime accantonate,
imprigionate nel sepolcro
e in questa verità di carne
mentre s’acquieta il desiderio
e si disvela tra le labbra
il sapore della terra.

Guido Mazzolini

Il piede bianco che s’arresta,
lesta parentesi molle
che sostiene il corpo
e varca strade polverose,
è miracolo che incrina e fende l’acqua
breve grinza di piacere.
Tu, viaggiatrice nella mia carne,
sfiori col dito e poggi un palmo al mio
come gemelli, intime appendici
come due mani unite per pregare.
Calpesta questo corpo maledetto
e rendilo soave desiderio
piede che afferri senza essere capace
piede di brace, cenere e dispetto.

Guido Mazzolini

Buona domenica!

Silenzio nel tuo viso
rettangolo degli occhi
lieve solco nella fronte
dove nasce il desiderio
come nero arcobaleno.
Silenzio tra le dita
sfiorano le mie
come farfalle gelide
che implorano il sole
e stringono la gola del mio ventre
per soffocarne la menzogna.
Ricopri di neve
questo fardello debole
questa goccia di carne sfinita
già caduta dalle tue labbra
che ora tu porti alla bocca
come un dolce veleno.

Guido Mazzolini

Mi sembra una buona riflessione domenicale…da leggere tutta!!!!

Elena.

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I miei figli sono bellissimi.
Cresciuti, il tempo ha macinato stagioni, le loro e le mie, li osservo da questo angolo di tempo e li ammiro. Ho perduto i bambini che erano, quelli che gettavano le braccia al mio collo, quelli che si fidavano ciecamente di me. Quei figli di una volta non esistono più, o vivono sepolti nei miei ricordi, il germoglio è diventato fiore, frutto, albero rigoglioso. Ma quando i miei figli ridono accade un piccolo miracolo, la voce, il viso, lo sguardo ritornano a essere quelli di allora, in loro riemergono i bambini di un tempo, indifesi eppure fortissimi, quelli che dipendevano da me e consideravo come una parte inscindibile, come un braccio, una gamba, come un pezzo di cuore.
I bambini ringraziano per ogni cosa, non con la voce ma con lo sguardo. Sorridono con gli occhi e con le labbra, alzano le braccia al cielo e benedicono la gioia. È il loro modo di dire grazie, e ci riempie il cuore. Poi, crescendo, il tempo getta addosso le maschere più cupe. Impariamo presto a ingannare noi stessi, tradendo l’essenza più vera di quello che siamo, e involontariamente vestiamo panni che non ci appartengono, recitando la parte di chi ormai non attende nulla, di chi ha appeso l’anima al chiodo. Si rischia di diventare adulti così, perdendo l’istinto del sogno e l’umiltà di ringraziare con naturalezza, come l’erba è grata alla pioggia, o la nuvola alla tramontana.
Eppure la gratitudine è benzina preziosa, funziona e spinge avanti il motore della vita. Si può credere in Dio, oppure non crederci e pensare all’esistenza come a un accidentale gioco d’incastri. Si può ringraziare la sorte, la vita, qualunque cosa ci venga in mente. Viviamo, respiriamo, sorridiamo e piangiamo. Ogni istante accade irripetibile, dobbiamo soltanto accorgercene.
Ho avuto cielo sulla testa e terra sotto i piedi, aria nei polmoni e acqua da bere, cibo in tavola e due figli che aspettavano il mio ritorno. Ho avuto una famiglia, una madre e un padre, un gatto, un libro di poesie da scrivere e musica da suonare. Tutto intorno a me è stato fonte di bellezza intangibile, bastava solo riflettere, guardare oltre, esserne consapevoli.
Penso ai miei figli, e penso al dono. Non a quello guadagnato col sudore, al dono e basta, quello capitato senza cercarlo o meritarlo. Quello che succede al di là dei meriti o degli sforzi. Mi concentro sul regalo e gioisco. Grato di essere grato.
Non è facile essere padre, non lo è mai stato. Difficile scardinare alcuni pregiudizi, preconcetti, pensieri che invadono le coscienze. Ho sempre cercato di essere un punto di riferimento, precario, a volte instabile, ma comunque un punto fermo, qualcosa di cui i miei figli avrebbero potuto fidarsi. Non ho mai voluto essergli “amico”, la mia generazione ha respirato quella psicologia un po’ squallida che suggeriva di abbandonare l’autorità del genitore per abbracciare il ruolo di “compagno”, più comodo e meno impegnativo. Ma i figli hanno bisogno di un padre, non di un amico. Il ruolo di amico è destinato ad altri, non a chi li ha messi al mondo.
Perché il punto cruciale è proprio questo, mettere al mondo significa fornire i mezzi per vivere e affrontare il viaggio, le scarpe più adatte, i vestiti pesanti per le stagioni fredde, un cervello agile e un cuore largo.
Guardo con orgoglio i miei figli e credo di aver fatto un buon lavoro. Hanno preso in mano il timone della vita, ognuno con i propri tempi e i propri mezzi, navigando futuri che nemmeno riesco a immaginare.
Cerco sempre di essere quel punto di riferimento sbiadito, mescolo in parti uguali cinismo e follia, a volte comprensivo e a volte incomprensibile, sputo sentenze e consigli non richiesti. Loro mi ascoltano e nemmeno ci fanno caso. È un buon segno, vuol dire che camminano con le proprie gambe, che pensano con la propria testa.
E va bene così.

Guido Mazzolini

Uno e mille insieme
il mio sguardo
il mio respiro.
Sbagliavo credendomi unico
sono infiniti occhi
sono infiniti pensieri.

Guido Mazzolini

Dal buio emerse il contorno di una donna dal trucco appariscente, tacchi alti e una folta chioma rossa che le copriva la fronte, scendendo fino agli occhi. Lo sguardo era triste, marcato da un mascara scuro. Mi chiese se stessi cercando compagnia. Disse di chiamarsi Greta. Spigolosa e magra, camminava trascinando un poco la gamba destra e abitava in un monolocale nel vicolo accanto.
Si prese cura della mia pelle stanca e delle mie vecchie ossa di combattente. Mi sdraiò in un letto sudicio dentro il quale avevano sospirato migliaia di uomini prima di me. Percepii il sudore che impregnava il materasso, le secrezioni disperate di amori erranti. Vidi i nostri corpi riflessi nello specchio appeso alla parete, erano immagini che fluttuavano come ombre in un purgatorio fumoso.
Odore di muffa, ragnatele negli angoli e polvere, un quadro appeso che raffigurava una spiaggia tropicale con tante palme e onde azzurre, una vecchia chitarra senza corde appoggiata al muro. Mi tolse le scarpe, mi spogliò con lentezza e piegò i vestiti appoggiandoli sopra una seggiola. Si spogliò anche lei, aveva la pelle lucida e i seni gonfi, un cherubino malamente tatuato sulla spalla e uno sguardo bastonato. Sotto l’ombelico vidi una cicatrice orizzontale, netta e biancastra. Pensai a un parto cesareo, immaginai quella creatura disgraziata e la vidi calpestare il mondo lasciando piccole impronte. Annusai un’umanità disperata e mi sembrò quanto di più pornografico avessi visto, una fossa nel fango scavata a mani nude, un’indecenza che faceva male al pensiero.
Le chiesi di sdraiarsi accanto a me. Ubbidì. Mi tenne da dietro, il braccio destro avvolto al mio torace. Chiusi gli occhi in quella tana sporca, caddi in un sonno neutro e senza sogni, privo di rumori e così simile alla morte. Mi svegliai poche ore dopo, alle prime luci dell’alba. Greta mi guardava, stupita. La pagai, cercò di baciarmi, si mise in ginocchio davanti a me e aprì la bocca, cercò di guadagnare quel denaro che appoggiai sul cuscino dopo essermi rivestito. Le dissi che andava bene così. E in fondo era vero, non avevo bisogno di altro. Greta svolse egregiamente il suo compito. Vegliò il mio sonno, come una vecchia madre al capezzale del figlio debosciato.

dal romanzo Un celeste divenire di Guido Mazzolini

In te è racchiusa l’anima del mondo
una purezza algida
e basterebbe un soffio
una parola appena sussurrata
per macerare il tuo sorriso
in un bicchiere di malinconia.

Guido Mazzolini