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Spirito pensò alle persone con le quali aveva condiviso l’esistenza. Vide Salvo e Maria darsi la mano e allontanarsi nel cerchio di un tramonto rosaceo. Passarono davanti ai suoi occhi come immagini senza consistenza, stelle cadenti che attraversano il buio del cielo e incrociano lo sguardo fino ad accecarlo, disegnando un graffio di luce prima di scomparire. Pensò che chiunque si fosse mescolato alla sua vita, presto o tardi se ne sarebbe andato lasciando cicatrici invisibili e dolorose. Capì che la solitudine celava un bisogno insoddisfatto che a volte avrebbe bussato alla porta del cuore, chiedendo a gran voce di entrare. Capì che il prezzo dell’autosufficienza era quella lieve sensazione di peso nel centro del petto, un malessere che a volte scompariva per poi presentarsi più forte di prima. Il privilegio della solitudine, invece, era una spessa corazza, gelida e asettica, scura e inaccessibile. Un’armatura per non soffrire, per non sentire quello strappo di corda troppo tesa, quello schiocco di frusta nel fondo del cuore.

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«Vorrei essere per te un soffio di vento, tramontana che respira da nord e scrolla le fronde degli alberi. Non la vedi, non ha braccia forti che stringono o mani che afferrano, ma può sradicare una quercia. Vorrei essere il sole che accarezza la pelle e dona la linfa alle foglie, la forza di un calore buono che irrora la terra e regala la vita. Vorrei essere per te ciò che ti aspetti dopo un giorno di pioggia.»