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La gratitudine è benzina preziosa che spinge avanti il motore della vita, senza sforzo. Puoi essere credente e ringraziare Dio, oppure non esserlo e pensare all’esistenza come a un casuale gioco d’incastri, a qualcuno riesce meglio e per una serie di fortunate combinazioni tutto scivola come deve. Puoi ringraziare la sorte, la vita, qualunque cosa ti venga in mente. Esistere è la prima realtà della quale essere grati. Vivi, respiri, sorridi e piangi. Ogni istante accade, irripetibile e magico, devi soltanto accorgertene. Hai cielo sulla testa e terra sotto i piedi, aria nei polmoni e acqua da bere, cibo in tavola e un figlio che ti aspetta. Hai una madre, un padre, un gatto, un libro di poesie o musica da ascoltare. Tutto intorno a te può essere fonte di bellezza, basta solo riflettere, esserne consapevoli.
Pensa al dono. Non a quello che hai guadagnato col sudore. Al dono, a ciò che ti capita senza che tu lo abbia cercato o domandato, quello che succede al di là dei tuoi meriti e dei tuoi sforzi. Concentrati sul regalo e gioisci di quello. Grato di esistere, grato di vivere. Grato di essere grato.

Guido Mazzolini

Non ti voglio vicino, accanto,
o sopra o sotto, o stesa al mio fianco,
non ti voglio adesa, appesa al collo,
a un orecchio o al polso.
Ti voglio dentro. Non vicino, dentro.
Non come il quadro al muro,
o la goccia d’acqua sul vetro,
non come la carezza sulla guancia,
l’impronta sul marmo, la foglia sul prato,
ma come una spina nel dito, la vite nel legno,
come il sughero nel vetro, come la mano in tasca,
il pesce nella vasca, il piede nella scarpa,
come un dito nel naso o il ragno nel buco.
Non vicino.
Dentro.

Guido Mazzolini

Percorriamo un mutevole presente, a volte confuso nel ricordo di un passato trascorso oppure nascosto nel sogno di un previsto futuro. Illusi, nell’inganno di possedere il nostro tempo. Ma non è dato sapere come sarà il domani. E nemmeno abbiamo la certezza di averlo, un domani. È questa la condanna di chi considera l’esistenza un mero fenomeno biologico. Niente è certo e ogni istante trascina un’incognita successiva, un salto nel vuoto che toglie il respiro. A volte vince l’arroganza, si tendono i muscoli e si serrano i denti, ma basta poco per sciogliere il gelo, per comprendere la provvisorietà di chi vive da un posto all’altro, da un respiro a un silenzio. Esistere è un eterno oggi, è la dimensione di un presente che ci appartiene senza essere davvero nostro, è l’elegia di una vita avuta in dono e che un giorno dovremo restituire. Un eterno oggi, un adesso prezioso che troppe volte sprechiamo, distratti e assonnati, annoiati galleggiando nell’acqua piatta di in una vita che sembra aver perso ogni bellezza e ogni luccichio di novità. Coltiviamo l’infelicità, nel ricordo di quello che non c’è o nell’ipotesi di ciò che potrebbe essere.
Arrendiamoci al presente. C’è un attimo nuovo che aspetta, nascosto dietro un angolo di dubbio. A nessuno è negato l’adesso. Siamo qui, siamo ora, e non ci accorgiamo del miracolo di un presente che si rinnova ogni istante, Nulla è ripetibile e tutto può essere migliorato, con pazienza e umiltà, accogliendo l’oggi, accogliendo la vita e il desiderio di uscire da noi stessi per incontrare l’altro. È questo il regalo del presente, la possibilità di ripartire dal prodigio di un incontro, dal saluto di un giorno nuovo, dalle domande che accomunano l’umanità. Noi inquieti e insicuri, schegge del medesimo specchio. Una grande famiglia che attende risposte e che spesso le cerca nel fragore di un temporale, quando invece potrebbe trovarle nel mormorio leggero del vento.

Guido Mazzolini

“Un celeste divenire” è un romanzo che ho letto in un fiato, che mi ha scavato, inciso, un libro arrivato in un momento particolare della mia vita, e se ci sono libri che hanno influito sulla mia esistenza “un celeste divenire” è uno di quelli. Qui puoi saperne di più. E a tutti voi ne consiglio la lettura.

Elena

Tua la libertà di appartenere al cielo,
non tessere arabeschi di menzogna
amaramente consegnato all’impostura
rassegnata di transitoria immagine
o luce di fiaccola lontana;
percorri invece i tuoi sentieri
a piedi scalzi e lunghi passi
in viaggio tra sorgente e foce
mentre indossi gli anni tuoi
come un vestito nuovo ancora da sgualcire.
Tuo padre è un pazzo sognatore
è il latte acido del peccato
l’arco sfibrato che scagliò un dardo al cielo
è ciò che avanza in tavola
la corda scordata di melodie segrete.
Tuo padre è un uomo,
egli cavalca un selvaggio destriero
è Tamerlano nel deserto gelido
che sfida indomito il destino.

Guido Mazzolini

La poesia Rivoluzione di Guido Mazzolini partecipa a un concorso on line, se vi va di rileggerla, o leggerla per la prima volta, e votarla, potete trovarla qui.

E grazie a tutti quelli che vorranno darci una mano. Viva la poesia, che dio la benedica.

Elena.

Ascoltavo Miles Davis, la sua musica nera e impenetrabile, le note spigolose e oscure, piccoli miracoli, ombre disegnate nella magia di una tromba che sillabava il linguaggio dell’anima. Michel Petrucciani fu per me il genio incastrato nella fragilità di un corpo deforme. Il luccichio dei suoi occhi, le stampelle e la voglia di sedersi alla tastiera, i pedali del pianoforte sollevati per consentire alle gambe di raggiungerli. Michel e le sue camicie stravaganti, Michel e i suoi occhiali, le mani piccole e potenti come due colibrì nervosi sulla tastiera. Il suono di un gigante e l’ingenuità di un bambino. Poi Keith Jarret, Herbie Hancock, Bill Evans e Cick Corea. Count Basie e Horace Silver, chiunque fosse in grado di squarciarsi il petto e donarmi il cuore, chiunque sfiorasse l’infinito con le dita. Pianisti immensi, eccentrici, celestiali improvvisatori, equilibristi sulla corda tesa della tecnica. Li vedevo felici e scanzonati, a differenza dei mostri sacri del pianismo classico, tutti impettiti e seri, stretti nei loro smoking scuri. Il jazz mi catturò, alzai le braccia al cielo e mi consegnai nelle sue mani misteriose. Grazie a lui accantonai il ricordo di Claudia. Mi adagiai in una dimensione consapevole di sogno, pensando che tutto stesse andando come doveva. Sfioravo i tasti del pianoforte e percepivo l’essenza del rimpianto. Esternai il pensiero di Claudia in una costante catarsi, la sua assenza divenne un dolore talmente fioco che pensai di essere riuscito a sublimarlo. Ringraziai il tempo e le mura innalzate dal passare dei giorni. Ringraziai la musica e il pianoforte che spegneva il pensiero. Suonavo e improvvisavo melodie e fraseggi, ero un piccolo insetto arrampicato su specchi dorati.

UN CELESTE DIVENIRE di Guido Mazzolini lo trovi scontato qui

Quando esplode, il tempo si dilata e un frutto non è altro che la lenta esplosione di un seme, l’albero di un germoglio, un vecchio conclude la deflagrazione di un bambino, lo spermatozoo feconda un ovulo che esplode nel segreto del ventre di una donna. La vita non è altro che un’esplosione sublime e anche i sentimenti sono boati silenziosi che si espandono, avviando meccanismi imperscrutabili che obbligano a uscire da te stesso per diventare altro. Aggrediscono senza darti il tempo per riflettere, può succedere in automobile, oppure sul divano mentre leggi un libro. Il sentimento si sdraia sotto di te e si impadronisce di tutto, non c’è un solo atomo libero, monta chiuso dentro te stesso, nel buio profondo dell’inconsapevolezza. Avanza, striscia e s’innalza, cerca il percorso più breve ed efficace, fluisce dalle caviglie e sale lungo i polpacci, striscia nello stomaco con il sibilo di un rettile. Soccombi e chiudi gli occhi, li riapri e sei differente, precipitato nell’abisso di un’esplodente vittoria, qualcosa feroce che fa tremare l’universo.

Guido Mazzolini

Stringimi la mano, la luce nella stanza è un sole acceso che brucia la pelle. Sei così bella, lo sguardo uno specchio, la fronte un lago di pensieri. Dalla finestra si vede un giardino, qualche albero storto, poche foglie e una panchina. Il mondo è fuori da qui, al di là di noi, oltre quel vetro azzurrato che ci tiene in gabbia. Stringimi la mano, non lasciarmi andare via. Sei la mia terra, il mio altrove, il luogo dove sono nato. Sei il ventre di mia madre e le braccia forti di mio padre. Sei radice e linfa, tuono e temporale, tempesta che scoperchia i tetti. Sei luna che indica la strada al pellegrino, sei l’ingegno dell’uomo che ha costruito cattedrali, sei l’ispirazione del poeta. Sei la mia donna.
Il nostro paese è adagiato in un’ansa di pianura. Nelle mattine d’inverno si alza una foschia leggera che bagna i campi e li copre come un lenzuolo. È una spianata ampia e scura, ti affacci alla porta e vedi un mare di zolle già arate o di erba che cresce. Puoi quasi sentire il rumore di ogni seme che sboccia e buca la terra, è un crepitare di gusci, un mormorare lontano, è il chicco che muore e diventa una vita migliore. A me è accaduto lo stesso miracolo. Ti ho incontrato per caso nell’unico bar del paese, quello davanti alla chiesa, un rifugio accogliente e fumoso nel quale entravo ogni mattina per acquistare un pacchetto di Nazionali senza filtro. Le stesse sigarette di mio padre e di mio nonno, lo stesso vizio tramandato da generazioni. Afferrai quel pacchetto spartano, la lettera “n” in blu sul rettangolo azzurro, la scritta NAZIONALI bene in evidenza. Rassicurante, semplice e senza pretese, un po’ come quel 1958 appena cominciato. Tu andavi di fretta, tra le dita una busta bianca e un biglietto. Quasi ci scontrammo, mi scusai senza alzare lo sguardo dal pavimento. La nostra era un’epoca serena, nemmeno sfiorata dalle guerre che avevano perseguitato le generazioni precedenti. Nati in un periodo storico di ricostruzione e desiderio di futuro, di regole e certezze a illuminarci la strada, eravamo una generazione con la voglia di prendersi tutto ciò che la vita offriva, senza sconti o rinunce. Domenico Modugno cantava Nel blu dipinto di blu e in ogni angolo ne sentivi vibrare la voce. Quelli erano gli anni del boom e delle nascite record, dei giovani scaltri e irripetibili, con l’illusione di non invecchiare, pronti a tutto, pronti a una vita migliore. Era un’Italia ottimista e proiettata verso il futuro. Quattro anni dopo, un 11 ottobre di luna piena, al termine della fiaccolata che concludeva la giornata di apertura del Concilio, Papa Giovanni avrebbe pronunciato le parole che conquistarono il mondo. Tornando a casa troverete i bambini, dategli una carezza e dite: questa è la carezza del Papa. E tutti, nessuno escluso, ci sentimmo sfiorati da quella carezza, da quella mano illuminata dalla luce di una luna gigantesca nel cielo.
Abile sceneggiatore, il destino cominciò a tracciare un disegno, allineò le nostre vite come gli astri durante un’eclissi. Ci incontrammo il giorno dopo nello stesso bar, io tenevo tra le dita il solito pacchetto di sigarette, tu bevevi un caffè. Ti sorrisi, ricambiasti il sorriso.
«Scusa per ieri, quasi ci scontravamo. Andavo di fretta.»
Soffiasti sul caffè.
«Non fa niente.»
Eri una ragazza di appena vent’anni, i capelli tenuti da un cerchietto azzurro e le guance arrossate dal freddo, un vestito lungo a fiori e un cappotto di lana scura. Incontrarsi ogni mattina diventò una piacevole abitudine. Aprivo gli occhi e già aspettavo il momento che ti avrei rivisto, io e il mio pacchetto di Nazionali, tu e la tua tazzina di caffè. Mi lavavo in fretta e mi vestivo, uno schiaffo di dopobarba e un velo di brillantina tra i capelli, passi svelti lungo i vicoli del paese per arrivare prima e rubare qualche attimo in più al nostro incontro. Il destino ha fatto il resto. Non è stato difficile, è bastato lasciarsi andare, abbandonarsi agli eventi, come quando impari a nuotare e cerchi di opporti alla forza dell’acqua, e annaspi bracciate inutili e un gran movimento di mani. Non serve resistere, non serve agitarsi, è sufficiente chiudere gli occhi e galleggiare in un mare di piccoli segnali e occasioni che la vita ti offre. Briciole sparse sul sentiero, tasselli di un mosaico apparentemente caotico che nasconde un disegno già tratteggiato. Una mattina presi al volo il coraggio, accesi una sigaretta e ingoiai la paura.
«Verresti con me al cinema? Stasera danno I soliti ignoti, una commedia di Monicelli con Gassman e Mastroianni. Ci andiamo?»
Il film l’avevo già visto la sera prima, ma te lo chiesi lo stesso, non come semplice pretesto per uscire con te, piuttosto per il desiderio di condividere qualcosa che mi aveva colpito e divertito. Quel film l’avremmo rivisto insieme e avrebbe avuto un altro significato. Fu allora che mi colpì l’intuizione che ogni istante della mia esistenza, ogni attimo, tutto sarebbe stato diverso se diviso con te. Il pensiero mi attraversò il cervello come una pallottola, da una tempia all’altra. Ebbi la netta percezione che la mia vita avrebbe brillato di una luce talmente intensa da offuscare il sole e che noi, uniti, ci saremmo trasformati in un essere invincibile, un eroe mitologico capace di sfidare gli dei. Accettasti l’invito, anche tu cominciavi ad abbandonarti alla corrente di un oceano che avrebbe cullato e sostenuto il nostro destino. Nel buio del cinema allungasti la mano cercando la mia, poi il cuore impazzito e le dita intrecciate in un tocco caldo che da subito sancì il nostro appartenerci. Uscimmo dal cinema e ti baciai, labbra su labbra, la schiena contro un muro di sassi, le mani sui tuoi fianchi e uno spicchio di luna acceso nel cielo.

Tre anni dopo ci sposammo. Fiori gialli in chiesa e tu vestita di bianco. Un prete rugoso suggellò il nostro patto, una promessa sussurrata tra le labbra come chi racconta un segreto. Pochi soldi e tante speranze. Io lavoravo in cascina con la mia famiglia, foraggiavo gli animali e pulivo le stalle. Imparai a conoscere i ritmi della natura e l’orologio del tempo, ad alzarmi presto e a vivere nei campi con le scarpe bagnate di rugiada e la terra sotto le unghie. Anni di passione e coraggio, prendemmo in affitto un piccolo appartamento vicino alla stazione, una casa dai muri azzurri, una camera, un bagno e una cucina. Il nostro paradiso in terra. Attraversammo uniti l’epoca della ribellione e della musica punk, le prime radio indipendenti, il mito dell’America e dell’amore libero. Arrivarono gli anni feroci della contestazione e della lotta contro il potere, cortei e manganelli, giovinastri con l’eskimo che spacciavano ideologie all’ingrosso. Tutte voci che a noi giungevano in ritardo e in sordina, attutite dal silenzio dei campi e dai filari di pioppi che delimitavano la pianura. Quanta vita vissuta, giorni di luce e occasioni come semi gettati da un contadino fiducioso, sperando che attecchiscano nel terreno di un domani pieno di aspettative. Tu lavoravi come maestra elementare. Qualche supplenza e interminabili viaggi in treno. Partivi presto la mattina e rientravi a sera inoltrata, tra i capelli portavi l’odore di vagoni polverosi e solitudine. Ti abbracciavo, mi stringevi. Orgogliosa della tua professione, del tuo versare nozioni goccia su goccia a bagnare la lingua assetata di un gruppo di ragazzini vivaci. Avresti dato la vita per loro. Insegnare era la tua vocazione, da bambina mettevi le bambole sedute davanti a un foglio bianco e ripetevi una serie interminabile di tabelline. Ma la lezione più importante la insegnasti a me, io divenni l’allievo migliore, il tuo grande successo. Da te imparai che l’amore è un dare senza stancarsi, accettando i difetti e amando anche quelli. Col tempo compresi il significato di due parole che mai avrei immaginato sinonimi dell’amore. Pazienza e resistenza. La pazienza di accogliere i limiti cercando di superarli, la resistenza del combattente pronto a spargere il sangue per difendere la propria patria, in nome di un ideale altissimo. Da te imparai che l’amore è il miracolo più grande, un dare per ricevere molto di più, un dividere apparente che in realtà moltiplica la gioia. Strana banca quella dei sentimenti. Non ammette speculazioni o giochetti astuti, non accetta il risparmio, ma premia lo spreco e il dare folle di chi non si aspetta nulla in cambio. Tu la mia terra generosa, la mia radice e la mia linfa. Mi hai insegnato a tenere la porta spalancata e io duro a capirlo, cervello da contadino pragmatico, cinico e irriverente, malfidente e sfiduciato. Con te ho imparato a non fare baratti e a non cercare l’interesse personale. Con te ho imparato ad amare e a essere amato. Non è stato difficile, è bastato guardarti negli occhi e prenderti come esempio, è bastato restituire una minima parte di ciò che quotidianamente mi donavi.
Il tempo è un cavallo al galoppo, passarono i mesi e gli anni. Poi arrivò quella tosse leggera ogni giorno più persistente e fastidiosa, la prima radiografia e un’ombra inquietante sulla lastra grigia. Lunghi viaggi in città, accertamenti e visite in ospedale, un medico sudato come un’oliva che non riusciva a trovare le parole giuste per dirmi cosa covavo nel petto. Adenocarcinoma al polmone destro, era quello il nome del mostro che mi spezzava il fiato e pesava sul torace. Dopo anni di mani fortunate, scoprimmo insieme la carta nera che il destino aveva girato sul tavolo. Dalle nostre parti si racconta che la morte arrivi preceduta da un suono, un particolare sibilo simile a un oboe notturno che soffia alla luna. Canta l’infinito e quando lo senti è il momento di andare, di lasciare ogni cosa. E non hai altri futuri, e il presente si muta in passato. Sarebbe bello che qualcuno ti avvisasse prima, potresti chiudere i conti aperti, eliminare gli equivoci, chiedere scusa per l’ultima volta. Potresti abbracciare chi non vedrai più, toccare, annusare, asciugare le lacrime di chi ami e ingoiare il presente fino all’ultima briciola perché dopo non potrai più farlo e perderai le mani, le gambe, gli occhi e le orecchie. Perderai tutto, perderai la vita.
Richiudo gli occhi, sono stanco. Da dietro le palpebre intuisco le ombre, passi veloci in corridoio e la voce di un medico che si avvicina al letto per cercare di capire quanto tempo mi resta.
«Come sta?»
Domanda di rito, nemmeno ascolta la risposta. La tua mano stringe la mia. Hai giurato di essere pronta a lasciarmi andare, di essere preparata al distacco. Lo hai detto ingoiando saliva e lacrime, ma non si è mai pronti abbastanza. Pensi sempre che capiterà agli altri, che per te sarà soltanto un accadimento accessorio, qualcosa che succede e ti prende di striscio. Poi, quando te ne rendi conto, vorresti fermare il tempo e dire tutto ciò che non hai saputo dire, e fare tutto ciò che non hai saputo fare. Quanti rimorsi nello sguardo, quante parole nell’aria come brutti insetti neri. Non serve ingannarci, lo sappiamo entrambi che sentirai la mia assenza come il negativo maledetto di una presenza che non avrai più accanto a te. E ti domanderai il significato di tutto quell’improvviso dolore, di tutte quelle persone che verranno a trovarti solo per chiedere se hai bisogno di qualcosa. Gli amici vorranno prendersi cura di te, non glielo permetterai perché sei una donna forte che guarda in faccia la sfortuna. Non ci sarò, e penserai che nulla ha avuto senso, a parte l’esserci amati come bambini, con la purezza di una sorgente e il calore di un incendio. La vita ci ha donati l’uno all’altro, quella stessa vita pronta a separarci con la precisione di un bisturi che taglia un arto o di un colpo di vento che spegne una candela.
Stringimi la mano, le gambe pesano come pietre sotto il lenzuolo, il respiro stenta a uscire, è un cane affamato che raspa tra le costole. Immagino le mie guance scavate, il naso affilato e la fronte lucida. Ritornerò alla terra, madre della mia giovinezza, mio lavoro, mio pane. Sarò zolla arata, seme che muore e diventa radice. Stringimi la mano, resta con me ora che è arrivata la fine e l’oboe notturno sta intonando la sua canzone. La sento lontana, è una nenia antica che culla il pensiero, è il suono della tua voce che mi accompagna. È il tempo che finisce la sua corsa, il mio tempo con te, il nostro miracolo.

Guido Mazzolini

Io so che averci è rimanere nudi, spogliati da ogni inganno. Così diversi, eppure così vicini. Adesi, due parti differenti di un unico tutto. Arriveranno i giorni bui, quelli che stridono e fumano, quelli senza colore. E insieme temeremo un futuro che non ci appartiene, perché il futuro è di chi non lo attende e vive un consapevole presente. Il futuro è di chi non ce l’ha. E in questa parentesi breve di vita mi chiedo quale senso nascondano le mie mani appoggiate alle tue, il colore della pelle, i miei occhi e i tuoi occhiali sul naso, il mio essere assorto e quel sorriso smarrito, le nostre vite piene di stracci, gonfie di esperienze che in fondo non ci riguardano davvero. E il nostro essere uniti, non ancora liberati dai dubbi.
Io so che averci è un divenire fluido, è un istante che prepara il successivo. È la primavera che tarda ad arrivare, ma quando sboccia ricopre l’universo.

Guido Mazzolini