Posts contrassegnato dai tag ‘l’attimo e l’essenza’

Amare

Pubblicato: dicembre 15, 2013 in poesia
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Amare

(L’Attimo e l’Essenza – Arduino Sacco Editore)

Società.

Pubblicato: settembre 21, 2013 in poesia
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Società.

Ti riconoscerò

il tempo

Pubblicato: agosto 23, 2013 in Uncategorized
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il tempo

Questa parte di noi

Pubblicato: luglio 23, 2013 in poesia
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Questa parte di noi

Ti dono

Pubblicato: luglio 14, 2013 in Uncategorized
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Ti dono

Come una danza

Pubblicato: luglio 7, 2013 in poesia
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Parlo a te come una danza
a piedi nudi sui cocci acuminati della vita
come pazzo che si strema
per l’ombra di un sorriso luminoso
parlo a te come una danza
come fuoco acceso
al grido di un tiranno antico
l’urlo dal pulpito di un Savonarola cieco
parlo a te come una danza
come nuvola di pioggia
canna sbattuta dal vento
un ragno sulla tela o rondine caduta
parlo a te come una danza
agitando braccia e vele di pensieri
come legno bianco in balia delle correnti
soltanto un urlo muto udrai
nelle malinconie cercate
nelle pietrose sere
quando la campana del ricordo
squillerà rintocchi di pensieri.

(L’Attimo e l’Essenza)

L'immenso del cielo

Immagine«In un mondo dove è più utile un chiodo di una poesia e un falegname di un poeta, sinceramente mi domando cosa ci fai dietro a queste pagine»: chi ci introduce al criptico regno della (propria) parola poetica non pare strizzarci maliziosamente l’occhio, piuttosto rileva con amara lucidità «la sublime inutilità della poesia» (dalla prefazione di don A.Mazzi). Se la letteratura – e più ancora questa modalità di scrittura – non dimostra ai più una funzionalità immediata, alcuni ‘prescelti’ la chiamano a celebrare un rito misterico soltanto a loro visibile, al contempo abbagliante e tremendo, che consacra il canto poetico quale unica modalità di avvertire sé e il mondo.
L’attimo e l’essenza – titolo della silloge del poeta cremonese Guido Mazzolini, pubblicata ad aprile da Arduino Sacco Editore (Roma) – penetrano con uguale intensità l’animo dell’autore, perennemente conteso dall’ebbrezza di un «gocciolio di attimi rapaci» e «randagi» trasudanti vita – espressione ricorrente nei componimenti di Mazzolini – e, all’opposto, dalla bruciante ricerca di un senso, di una presenza (non necessariamente trascendente) definitivi, di una essenza che plachi l’intima inquietudine e l’inesausta metamorfosi di percezioni e di equilibri. Non è possibile e neppure legittimo registrare il grafico tracciato da irregolari parabole spirituali che conducono il poeta a vertici di esaltante passione («Disperdimi come sale e neve / voglio sdrucire l’anima / nel meridione dei tuoi occhi viola […] diventa il mio tutto / il mio capolavoro») o abissamenti nell’immobilità sfinita del pensiero, quest’ultimo incapace persino di delineare l’identità dell’autore («Sono così / o almeno lo credo»).
Un voyage scandito non da riconoscibili paesaggi, bensì da «gelide notti» o «albe infuocate» che ambientano una riflessione a 360° sul proprio esistere («Chi siamo angelo mio? – Cerchiamo forse lucide risposte, / bambini spersi dentro sogni»), strettamente collegata, quasi anelli di catena, alla riflessione sul proprio labor poetico – condotto privilegiando ermetismo e simbolismo: «Io canto l’Uomo, solamente il fragile individuo», «io canto […] la parola che non disse».
Come tanti autori del convulso Novecento, anche Guido Mazzolini rifiuta per sé il ruolo di poeta veggente, messaggero di velate verità, e suggerisce di «Non chiedere al poeta il risultato / del proprio scriver cieco e disperato»: aedo di una mitologia senza eroi e vittorie, il suo canto spezzato e confuso graffia fieramente le mura del nostro ansioso, vacillante vivere. Resta l’attesa: non di risposte, ma di coraggio per scandagliare i fondali dell’anima.

(recensione di Miriam Bergamaschi)

don mazziLa sublime inutilità della poesia
di don Antonio Mazzi  (scrittore e giornalista, fondatore della Comunità Exodus)

Mi chiedevo, dopo una prima lettura delle poesie di Guido Mazzolini, quale possa essere il significato dello scrivere una poesia, quello autentico, al di là di ogni ragionevole dubbio. Perché si scrivono poesie? Per quale motivo? Molta gente scrive testi, parole, l’Italia è un popolo di navigatori e di poeti si sa, pochi sono quelli che non hanno subito il fascino di un foglio bianco immacolato senza poi riempirlo di versi più o meno efficaci; fogli scritti a mano o al computer, riposti in un cassetto in attesa di tempi migliori… È un fenomeno questo che riguarda tutte le età, anche se penso si riferisca maggiormente ai giovani.

Credo che nel nostro tempo la poesia sia un accessorio direi quasi inutile. Non voglio cadere nella retorica e affermare che la società odierna promuova altri “valori” quali l’utile, il vantaggio, il guadagno; è un discorso questo che sentiamo ogni giorno, predicato senza sosta dai vari pulpiti mediatici. Dico però che scrivere una poesia e un’altra e un’altra ancora, fino a raggiungere l’ambito traguardo della pubblicazione di una raccolta, rappresenti a prima vista un gesto “insensato”; la poesia non porta guadagni, non concede immediati vantaggi all’autore. La poesia è inutile, sublimemente inutile.

Ma allora, perché questo desiderio di espressione, perché perdere tempo alla ricerca di metafore, perché scrivere poesie? Me lo sono chiesto e mi sono anche dato una risposta che voglio condividere con gioia in questa prefazione. La poesia rappresenta la parte più autentica dell’uomo, sicuramente quella meno utile per il nostro tempo fatto di velocità e di praticità, ma certamente la parte più vera.
La poesia, quando sinceramente dettata da un bisogno, svela l’eternità nell’uomo perché parla della voglia di andare oltre i luoghi comuni, parla della necessità improrogabile di amare, del desiderio di un amore sconfinato, parla del dolore come domanda alla quale non possiamo esimerci dal trovare una risposta.
Parla di eterno e forse anche per questo è sublimemente inutile…

Auguro all’autore la sincerità necessaria per svelare la parte più autentica di sé che troppo spesso si rischia di dimenticare in nome di ideali fasulli, immediatamente disponibili e a poco prezzo. Infine auguro all’autore di essere davvero Poeta, con la P maiuscola, e credo che questo sia l’auspicio migliore…

(Prefazione a “L’Attimo e l’Essenza” – Arduino Sacco Editore)