Si chiamava Timoteo. Lo convocarono di notte, quando la città odorava di buio e sogni interrotti. Non dissero nulla, nemmeno dove lo avrebbero portato. Lui non si oppose, salì sull’automobile, si sedette tra due guardie, accese una sigaretta e aspettò. Pochi minuti di strada, poi un portone, un androne buio e un ascensore. La stanza era stretta, alta come una cattedrale, pareti nude, una luce diffusa e bianca che toglieva le ombre e i contorni alle cose. Lo aspettavano, erano in quindici, vestiti di nero. Timoteo restò in piedi con la sensazione di aver scordato qualcosa di importante. Provò a ripercorrere la propria vita, ma non trovò colpe degne di nota. Una moglie annoiata, un lavoro che non amava, tante cose lasciate a metà. Sentimenti, rimpianti, appuntamenti mancati. Ricordò un amico che non vedeva da anni, un figlio amato solo a parole. Tante delusioni, imprecisioni, piccoli particolari e lanci troppo corti, emozioni trattenute, altre rifiutate, ma nulla degno di un tribunale. Eppure la giuria annuiva, come se ogni pensiero fosse una prova.
Il presidente lo fissò con durezza, puntò l’indice verso di lui e fu come essere trafitto da una spada. Sentì il bisogno di confessare, ma non sapeva cosa.
Parlò, comunque. Disse di avere fatto del suo meglio. Aveva provato, ma non sempre si è coraggiosi. Poi aggiunse che il tempo passa e non chiede permesso a nessuno.
Seguì un silenzio lungo, definitivo. La giuria si ritirò mormorando, il presidente abbassò gli occhi su un foglio vuoto.
«La sentenza è unanime», annunciò.
Timoteo trattenne il respiro.
«Colpevole.»
«Di cosa?» chiese, con un filo di voce.
Il presidente si alzò, e in quel gesto l’imputato riconobbe il proprio modo di alzarsi. Gli occhi bassi, le spalle, la postura, la stessa barba da fare. Ogni particolare di quell’uomo gli apparteneva. Si vide riflesso in uno specchio e allora capì. I volti della giuria si ricomposero in uno solo. Il suo, moltiplicato.
Uscì dal tribunale alle prime luci dell’alba. La città ricominciava a vivere, persa nei soliti destini. Camminò fino a casa, dondolando. La testa carica di pensieri e un’espressione seria sul viso.
Guido Mazzolini
mi piacciono le storie dai confini labili, poco più che nebbia a lasciare intravedere la sostanza al centro del racconto.
applauso
ml
Piaciuto anche a me, forse un po’ kafkiano…. Ciao Massimo!!!!! Elena.
Magnifico racconto!
Grazie Daniele, felice di trovarti qui! Paola.